Draghi: Italia come ai tempi di Cavour, ha ancora bisogno dell’Europa

23 gennaio 2017, di Laura Naka Antonelli

Mario Draghi, numero uno della Bce, riceve il premio Cavour 2016 a Santena, in Piemonte – luogo dove è sepolto il fautore del Regno d’Italia -e proferisce un discorso che, attingendo all’opera dello statista, richiama ai valori dell’unità e della coesione. Il premio viene ritirato proprio in un momento in cui l’intero globo rischia di essere spaccato da nuovi venti di protezionismo, e in cui le grandi istituzioni vedono nel 45esimo presidente americano Donald Trump una minaccia ai concetti di libero scambio, libero mercato, mercato unico.

In un contesto in cui la BCE di Mario Draghi è costretta a difendersi dai continui attacchi più o meno velati che arrivano dai falchi tedeschi, terrorizzati dall’inflazione, Draghi riceve il prestigioso premio della Fondazione Cavour per – come spiega il presidente della Fondazione Nerio Nesi – aver mantenuto l’indipendenza della Bce come la vollero i suoi fondatori di fronte ai tentativi di assoggettarla agli interessi occasionali, mutevoli e spesso contraddittori degli stati membri”. E, anche, “per aver adottato misure monetarie atte a sostenere la crescita economica di tutti i Paesi europei, allontanando il pericolo di una deflazione tuttora incombente” . Così come, “per aver cosi’ raggiunto quel carisma istituzionale e civile che gli consente di sollecitare gli uomini politici europei a compiere le scelte che loro competono per una soluzione condivisa dei grandi problemi del continente”.

Nel prendere la parola, Draghi fa un parallelismo tra la situazione che l’Italia e il mondo intero stanno vivendo oggi, e quel tempo caratterizzato dall'”opera di Cavour”. Evidenti – afferma – appaiono le somiglianze tra gli accadimenti di quel tempo lontano e situazioni che hanno continuato a ripetersi nella storia d’Italia fino ai nostri giorni. Difficoltà nell’adottare una forma di governo maggioritaria”.

Draghi continua:

“Ancora pochi anni fa, il ‘connubio’ cavouriano è stato indicato come segno originario di una difficoltà strutturale del paese a convivere con una competizione politica fra schieramenti contrapposti nel quadro dell’alternanza al governo, se non addirittura come matrice primigenia di un segno trasformistico ricorrente nella storia italiana. Specialmente quando la situazione è di diffusa instabilità, sia a livello nazionale, sia sul piano internazionale, è necessaria una conduzione che mantenga saldamente il potere di iniziativa politica. Ma essa guarda alla partecipazione di altre forze politiche e di altri governi come momenti di forza e non di sterile condivisione del potere. Cavour agì in un contesto europeo improvvisamente destabilizzato dalle rivoluzioni del 1848 che avevano scardinato gli equilibri di potere definiti dal Congresso di Vienna dopo la caduta dell’impero napoleonico. Fu un periodo di turbolenta transizione, in cui per i protagonisti della politica europea si aprivano grandi opportunità congiunte a grandi rischi”.

Ed ecco, le parole con cui Draghi parla di quanto sta accadendo in Italia e non solo:

“Oggi siamo nuovamente in una fase storica in cui l’Europa è in movimento, dopo il dissolvimento del blocco sovietico, la riunificazione della Germania, gli effetti della crisi dei debiti sovrani nell’ area dell’euro, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, le tensioni geopolitiche nell’Europa dell’Est”.

Cavour, ricorda Draghi,

“Fece suo l’obiettivo di un’Italia unita e indipendente soprattutto perché vedeva unità e indipendenza quali condizioni essenziali di progresso, di civiltà, ma anche perché solo un’Italia unita e indipendente avrebbe potuto affermare i propri valori in Europa e da questa trarre impulso di crescita. Un secolo dopo, finita la seconda guerra mondiale, quell’idea assunse una forma più compiuta e ambiziosa, evolvendo nell’obiettivo di un’unione economica e poi politica come approdo necessario della civiltà europea. La sollecitazione è stata allora ricercata nella decisione dell’Italia di partecipare al processo di integrazione, attraverso passaggi sempre più stringenti: la Comunità europea del carbone e dell’acciaio nel 1951, il mercato comune nel 1957, il mercato unico nel 1985, l’Unione economica e monetaria avviata a Maastricht nel 1992, l’adesione alla moneta unica nel 1998. In una fase di instabilità del continente europeo, Cavour trovò proprio nell’Europa, nella connessa idea di progresso verso una forma superiore di civiltà così come la intendeva la visione liberale, un’àncora della sua azione per il rinnovamento del Regno di Sardegna e per l’unità dell’Italia. Proprio perché, da vero patriota, il suo amore per l’Italia era così forte e illuminato dall’intelligenza, esso non fece mai velo al suo giudizio: l’Italia aveva bisogno dell’Europa per crescere, per progredire, per ‘star meglio’. Un Paese che ha bisogno dell’Europa per conquistare la propria indipendenza e la propria unità a cui anelava da secoli senza successo, continuerà ad averne bisogno per affrontare le sfide che si porranno nel corso della sua esistenza. Ma a Cavour fu sempre chiaro che il rapporto con l’Europa sarebbe stato fertile se il Paese avesse appreso a progredire e a crescere anche da solo. Altrimenti, la sua stessa indipendenza sarebbe stata compromessa. Allora, come oggi, il rapporto con l’Europa era fondato sulla solidarietà derivante dal mutuo beneficio e sulla responsabilità degli stati nazionali indipendenti. In un contesto pur così diverso come quello attuale, la sua ispirazione, la sua maestria nel tenere conto con ambizioso realismo degli interessi delle forze in campo, la sua capacità di tenere unite le forze interne ed esterne al paese necessarie al conseguimento del proprio progetto, in definitiva il suo straordinario successo, sono, specialmente in questi giorni ricchi di richiami a cupi passati, una irresistibile fonte di ispirazione per chiunque, non solo in Italia, veda nella collaborazione internazionale l’unico modo di governare problemi che gli stati nazionali non riescono ormai da molto tempo a risolvere da soli”.

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