Draghi: europei più poveri del 12% senza mercato unico

2 febbraio 2017, di Daniele Chicca

Trovandosi a Lubiana per la cerimonia sull’adozione dell’euro da parte della Slovenia, Mario Draghi ha difeso l’euro forte, il libero mercato e gli accordi commerciali esistenti, puntualizzando come l’unità sia la chiave per garantire la sicurezza in Europa.  mercato unico

Quanto alla guerra commerciale lanciata dal governo degli Stati Uniti a Cina, Germania e Giappone, e alle minacce che soffiano con il vento della Brexit, il presidente della Bce ha sottolineato come l’Unione Europea sia più forte con una politica commerciale comune.

“Una politica commerciale decisa in comune dà all’Europa una reale influenza nei negoziati globali”, ha detto Draghi, facendo passare il messaggio che il peso specifico dell’Ue può aumentare “sia negli accordi che possono ottenersi bilateralmente sia nello stabilire regole multilaterali del Wto”.

Draghi non ha precisato a chi fossero indirizzate le dichiarazioni ma si intuisce facilmente che sono una risposta alle ultime uscite dell’amministrazione di Donald Trump. Uno dei consulenti economici della Casa Bianca, aveva accusato nei giorni scorsi la Germania di sfruttare un euro debole a suo vantaggio. La moneta unica è stata definita da Peter Navarro un “marco tedesco travestito”.

Nel prendere le difese della struttura e del progetto dell’Eurozona, in un intervento dai connotati molto più politici del solito, Draghi ha ricordato che “senza il mercato unico, gli europei sarebbero del 12% più poveri” oggi.

Alcuni “ritengono che l’Europa starebbe meglio se non avessimo l’euro e se si potessero effettuare svalutazioni”, ha osservato inoltre l’ex numero uno di Bankitalia, “ma come abbiamo visto i Paesi che hanno attuato riforme strutturali non hanno avuto bisogno di un tasso di cambio flessibile per ottenere una crescita sostenibile. E per quelli che non hanno fatto riforme – si chiede retoricamente Draghi – bisognerebbe chiedersi quanto beneficio effettivamente ci sarebbe da un tasso di cambio flessibile”.

Per essere sostenibile a lungo l’euro ha però bisogno di una integrazione finanziaria, sono “due facce della stessa medaglia”. Essa “rappresenta un obiettivo chiave dell’Eurosistema, oltre all’obiettivo primario di garantire la stabilità dei prezzi. È essenziale per un buon funzionamento della valuta unica”, secondo Draghi. Sebbene siano stati compiuti passi in avanti in questo frangente, “il lavoro non è finito: resta molto da fare per raggiungere una piena unione dei capitali“.

Il dibattito sull’euro è tornato all’ordine del giorno in seguito alla pubblicazione di un discusso report di Mediobanca che stimava costi e benefici di un’uscita italiana dalla moneta unica. Il rapporto è stato pubblicato dopo che Draghi aveva risposto a un’interrogazione di due eurodeputati del M5S, che avevano chiesto delucidazioni sui costi di una Italexit. Il banchiere centrale aveva ricordato che ci sarebbero da ripagare i saldi negativi dei Target 2, i prestiti interbancari chiesti dalle singole banche centrali.

Nel suo ultimo bollettino la Bce ha sfidato ancora una volta la Germania, favorevole – per paura di una reflazione – a una riduzione del piano di acquisto di titoli e condivisione del debito, ha ricordato che i tassi resteranno bassi ancora a lungo e che il programma di Quantitative Easing potrebbe essere prolungato anche oltre il 2017.

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