Direttiva copyright, Di Maio: “Scenario orwelliano”. I punti controversi

12 settembre 2018, di Alberto Battaglia

Il Parlamento europeo ha approvato con maggioranza di 438 parlamentari, contro 226 e 39 astenuti, una versione modificata della direttiva su copyright, già bocciata a luglio. La misura è destinata a far discutere le istituzioni europee e gli stati membri che saranno chiamati a implementarla nella legislazione nazionale, a meno che essa non incontri l’opposizione di uno o più Paesi.

L’applicazione della direttiva consentirebbe agli editori di contenuti di percepire compensi dai colossi del web come Google e Facebook anche quando ad essere pubblicate sono semplici anteprime (snippet) degli articoli, dotate di titolo e foto. Tale articolo della direttiva, il numero 11 e noto impropriamente come link tax, stabilisce che gli editori debbano “ottenere una giusta e proporzionata remunerazione per l’uso digitale delle loro pubblicazioni dai provider di informazioni”. Resterebbe libero, però, l’uso privato e non commerciale di tali pubblicazioni. La pubblicazione di link che rimandano ad articoli o contenuti coperti da diritti, inoltre, non configurerebbe alcun pagamento e pertanto resterebbe libera.

L’altro capitolo controverso è relativo all’articolo 13, che obbliga le piattaforme digitali a stipulare accordi di licenza con i proprietari dei diritti “a meno che questi non abbiano intenzione di garantire una licenza o non questa sia possibile”, in tal caso società come Google sarebbero chiamate a mettere in campo “misure appropriate e proporzionate che portino alla non disponibilità di lavori o altri argomenti che infrangano il diritto d’autore o diritti correlati”. Il rischio è che servizi come Google news, per fare l’esempio più noto, implichino per il colosso della Silicon Valley un pagamento alle testate che “rilancia” sul suo feed oppure, com’è più probabile, usi una possibile chiusura come arma di ricatto sugli editori – che da esso traggono buona parte del proprio traffico.

Questo “filtro sugli upload” non viene applicato a aggregatori di notizie di piccole dimensioni e sulle enciclopedie libere come Wikipedia, che sarebbero libere di citare materiale coperto da copyright. Ma è meno chiaro come un controllo preventivo possa essere applicato su realtà come Facebook, nelle quali utenti citano spesso fonti coperte da diritto d’autore. Un sistema di questo tipo esiste già su Youtube, che filtra in automatico contenuti come canzoni o film riconoscendo ex ante la violazione e impedendo l’upload.

La possibilità che la direttiva possa ridurre la circolazione delle informazioni ha provocato l’ira del vicepremier Luigi Di Maio:

“Una vergogna tutta europea: il parlamento europeo ha introdotto la censura dei contenuti degli utenti su internet. Stiamo entrando ufficialmente in uno scenario da Grande fratello di Orwell. Continueremo con ancora più impegno a batterci per eliminare i due articoli più controversi della direttiva: l’articolo 11 che prevede l’introduzione della cosiddetta ‘link tax’ e l’articolo 13 che mira a introdurre un meccanismo di filtraggio preventivo dei contenuti inseriti dagli utenti sul web”.

Il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani ha chiesto al premier Conte di prendere le distanze dalle affermazioni di Di Maio, ritenute offensive dell’assemblea comunitaria, mentre ha rivendicato la validità della direttiva, ritenuta un passo avanti nella tutela degli autori di contenuti: “La direttiva sul diritto d’autore è una vittoria per tutti i cittadini. Oggi il Parlamento europeo ha scelto di difendere la cultura e la creatività europea e italiana, mettendo fine al far-west digitale”.

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