Demonetizzazione India: dietro al piano ci sono gli Stati Uniti

13 gennaio 2017, di Laura Naka Antonelli

Demonetizzazione in India, una decisione presa apparentemente a sorpresa dal governo di Narendra Modi, che ha messo in ginocchio la popolazione e che potrebbe essere stata sostenuta, nonché orchestrata, da Washington. E’ quanto scrive Norbert Haering, giornalista finanziario tedesco, blogger ed economista, autore del best seller: “Abolizione dei contanti e conseguenze”, pubblicato nel 2016.

Agli inizi di novembre, senza alcun avvertimento, il governo indiano ha dichiarato non più valide le due banconote di taglio più alto, ovvero quelle da 500 e 1.000 rupie, ritirandole dalla circolazione e scatenando il panico dei cittadini indiani. Conseguenza piuttosto logivca, la disperata corsa agli sportelli,  per cambiare le banconote ormai inutili con quelle di nuovo conio che le hanno sostituite.

Le lunghe file di fronte agli sportelli delle banche hanno provocato malori e in alcuni casi anche decessi. Diversi gli episodi riportati di gente che non è riuscita a prelevare i propri soldi, di Bancomat vuoti e di istituti di credito, a secco di valuta, vicini al collasso. Per non parlare delle attività economiche dipendenti dai contanti, che hanno sofferto perdite immani e/o sono fallite.

Nonostante ciò, il primo ministro dichiarava lo scorso 8 novembre che il decreto di demonetizzazione stava producendo effetti positivi nel contrastare e stanare casi di corruzione e di evasione fiscale.

Il caos è esploso in India in quanto le autorità monetarie hanno iniziato a stampare le nuove banconote solo dopo l’annuncio della decisione: di conseguenza, la domanda – come ha fatto notare un articolo del Washington Post – , ha stracciato l’offerta, provocando una crisi di liquidità e bloccando le transazioni commerciali quotidiane di beni di prima necessità, dunque di cibo, medicine, trasporti. A soffrire soprattutto i piccoli commercianti, ma anche tutti quei dipendenti che erano soliti ricevere la paga alla fine di ogni giornata lavorativa. Intervistato dal Washington Post Pankaj Aggarwal, proprietario di un negozio di abbigliamento nel quartiene Chandni Chowk di Vecchia Delhi, ammetteva come le sue vendite fossero crollate di ben il 70%.

Devastazione e caos si sono abbattute sull’India in poco tempo, a causa tuttavia di un piano, secondo il giornalista Haering, molto dettagliato e orchestrato nei minimi dettagli dall’amministrazione Obama. Così Haering:

“Neanche quattro settimane prima l’autorità USAID (U.S. Agency for International Development)- ovvero l’Agenzia federale Usa per lo sviluppo internazionale – aveva annunciato la nascita del progetto “Catalyst: Inclusive Cashless Payment Partnership”. Obiettivo: lanciare in India un sistema di pagamenti senza contanti, in collaborazione con il ministero delle finanze indiano. Un’indagine dell’Indian Economic Times ha poi rivelato come l’USAID si fosse impegnata a finanziare Catalyst per tre anni, per un importo che è stato tenuto segreto”.

Amministratore delegato dell’iniziativa Catalyst – continua il giornalista –  è  Badal Malick, in precedenza vicepresidente di Snapdeal, la principale piattaforma di e-commerce in India. Così Malick spiegava l’iniziativa:

“La missione di Catalyst è quella di risolvere i diversi problemi di coordinazione che hanno bloccato la penetrazione dei pagamenti digitali tra i commercianti e i consumatori a basso reddito. Non vediamo l’ora di creare un modello sostenibile e replicabile. (…) Sebbene ci sia già (…) un progetto concertato a favore dei pagamenti digitali da parte del governo, esiste ancora un bel po’ di esitazione nell’accettazione di questo sistema da parte dei commercianti e ci sono anche problemi di coordinazione. Noi vogliamo fornire una soluzione olistica ed ecosistemica a questi problemi”.

E proprio di questi problemi menzionati da Malick parlava un rapporto che l’USAID aveva commissionato nel 2015 e che era stato presentato nel gennaio del 2016.

Il titolo del rapporto era Beyond Cash, ovvero “Oltre i contanti”. Nel rapporto si leggeva:

I contanti sono un mezzo di scambio inefficiente, che costano all’economia $3,5 miliardi ogni anno. La Banca Mondiale stima che il governo indiano potrebbe risparmiare l’1% del PIL digitalizzando soltanto la quantità di sussidi espressi al momento in contanti”.

Ciò che non era stato reso noto era l’intenzione delle autorità americane e indiane di sferrare un vero e proprio attacco al contante dell’India intera.

Lo stesso Malick, quattro settimane circa prima dell’abolizione del contante in tutto il paese, parlava dell’iniziativa Catalyst come di un progetto-pilota, volto a “sperimentare in una città l’aumento dei pagamenti digitali di 10 volte in un periodo di tempo da sei a 12 mesi”.

Sia il rapporto Beyond-Cash e Catalyst facevano riferimento ad alcune regioni, in India, da monitorare, per decidere dove avviare l’esperimento. Prima che a novembre, appunto, il paese si trovasse di colpo a essere un vero e proprio paese-cavia per una campagna globale contro i contanti.

Nel corso della presentazione del rapporto Beyond-Cash (sempre stando a quanto fa notare Haering), la USAID dichiarava:

Più di 35 organizzazioni chiave indiane, americane ed internazionali si sono unite al Ministero delle Finanze e a USAID per questa iniziativa”.

E nel sito di Catalyst emerge come diverse organizzazioni operino principalmente nel settore dell’Information Technology e siano, come scrive Haering “veterani di quella che un alto funzionario della Bundesbank tedesca ha definito ‘una guerra al contante da parte di istituzioni finanziarie interessate”. Citate tra queste istituzioni la Better Than Cash Alliance, la Gates Foundation (Microsoft), Omidyar Network (eBay), la Dell Foundation, Mastercard, Visa, la Metlife Foundation.

Riguardo alla Better Than Cash Alliance, di cui la USAID fa parte, si tratta di una istituzione che è stata fondata nel 2012 come strumento di lotta al contante e il cui segretariato si trova all’interno del Fondo delle Nazioni Unite per lo sviluppo dei capitali (UNCDP), a New York.

E proprio questa agenzia dell’Onu, piccola e piuttosto povera di fondi – fa notare Norbert Haering- ha avuto la fortuna di poter vantare tra i suoi donatori più generosi, in uno dei due anni precedenti, la Gates Foundation e nell’altro la Mastercard Foundation.

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