Decreto dignità, deriva ottocentesca o passo avanti?

5 luglio 2018, di Alessandro Piu

Sono contrastanti i pareri sul Decreto legge Dignità che modifica alcune norme del Jobs Act sull’occupazione. Per le Pmi sono più importanti gli incentivi e la riduzione del costo del lavoro

Il Decreto legge Dignità, primo provvedimento “sociale” adottato dal governo M5s-Lega, ha sollevato critiche e giudizi contrastantiSe Confindustria ha parlato senza mezzi termini di “fantascienza”, Conflavoro Pmi la Confederazione nazionale piccole e medie imprese non boccia l’iniziativa ma rilancia con richieste di incentivi e riduzione del costo del lavoro.

“Dal decreto dignità, approvato dal Consiglio dei ministri, primi segnali per una maggiore regolamentazione del mondo del lavoro, ma il vero obiettivo da raggiungere è quello già annunciato dal ministro Di Maio, ovvero la riduzione del costo del lavoro e l’introduzione delle misure per favorire l’assunzione a tempo indeterminato”

ha dichiarato Roberto Capobianco, presidente di Conflavoro Pmi.

“Tutti gli imprenditori – ha proseguito il presidente di Conflavoro Pmi – vorrebbero assumere a tempo indeterminato. Tutti vorrebbero investire nella formazione dei lavoratori per farli crescere e identificare nelle imprese, far sì che queste diventino per loro come una seconda casa, ma non sempre è possibile. Questo testo, però, è certamente un primo impegno per mettere le aziende nelle condizioni di organizzare la propria forza lavoro, senza impedire il ricorso ai lavoratori a tempo determinato, interinali o stagionali, ma solo prevedendo una serie di disincentivi”.

Opposta la visione del giuslavorista Roberto Podda, partner dello Studio legale K&L Gates di Milano che parla di

“inaugurazione di una stagione legislativa controriformista, reazionaria e conservatrice, in aperto contrato con le linee guida europeiste raccolte nel pacchetto del Jobs act”.

Secondo l’esperto di mercato del lavoro l’introduzione di nuovi elementi di rigidità è un danno, riferendosi in particolare all’inserimento della causale obbligatoria per i contratti a termine dopo i primi dodici mesi, all’abbattimento della durata degli stessi a 24 mesi, alla riduzione del numero di proroghe e alla stretta sulla somministrazione.

“In queste ultime ore – ha proseguito Podda – abbiamo cominciato ad illustrare i contenuti delle nuove previsioni legislative ai nostri clienti istituzionali stranieri, dai quali abbiamo raccolto le prime reazioni: i più preparati tra loro (cioè quelli più avvezzi a navigare tra le varie legislazioni del lavoro nel mondo occidentale) non si capacitano del fatto che il legislatore italiano intenda muovere un passo indietro rispetto alle linee ispiratrici del Jobs act, abbandonando la cosiddetta flexicurity di matrice anglosassone e riformista a vantaggio di una visione ottocentesca ed antagonista del mondo del lavoro. In questo senso, la modifica alla misura degli indennizzi in caso di licenziamento illegittimo, la cui soglia massima è stata innalzata da 24 a 36 mensilità, viene vissuta con particolare preoccupazione: si tratta, infatti, della prima significativa picconata al modello del contratto a tutele crescenti, dietro la quale la nostra clientela internazionale intravede non solo un prossimo incremento del contenzioso”.

Di ritorno al passato ha parlato anche Fabrizio Daverio, socio fondatore dello Studio legale Daverio & Florio, sulle pagine di Wall Street Italia: leggi l’articolo.

Il Dl dignità potrebbe essere modificato in Parlamento, come ha ammesso il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, il quale però ha chiuso le porte a qualsiasi annacquamento.

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