DALL’EUFORIA AL FLOP: DOVE VA IL NUOVO MERCATO

21 dicembre 2000, di Redazione Wall Street Italia

La parola d’ordine per il Nuovo Mercato nel 2001 è “picking”, cioè scelta del titolo. Addio alle grandi abbuffate del 2000 e della seconda metà del 1999: d’ora in poi non si comprerà più qualsiasi cosa appartenga alla New Economy. Anche per il Nuovo Mercato conteranno i fondamentali e la differenza la faranno le stime di bilanci attivi delle società e la loro stessa probabilità di sopravvivenza.

Da gennaio a oggi, il Nuovo Mercato ha subito un tracollo, con un calo pari al 28,9% del suo valore, e ora si presenta “purificato” all’appuntamento con il XXI secolo, dopo aver eliminato in modo quasi feroce gli investitori inesperti e avidi: coloro che, osserva Donatella Principe, analista di Banca Popolare di Vicenza, “hanno comprato di tutto pensando di avere in mano l’Eldorado”.

Analisti e trader riconoscono che la New Economy esprime splendide società, e altre con business molto importanti che promettono ampi margini di crescita. Il loro consiglio per gli investimenti del prossimo anno, come vedremo dopo, si indirizza verso le società di ricerca farmaceutica, il settore delle biotecnologie e qualche gioiellino informatico.

Quando, a metà del 1999, nacque il Nuovo Mercato, fratello minore del Nasdaq americano, ci fu una vera esplosione. Il primo titolo a quotarsi fu Opengate, nella seconda quindicina di giugno; seguirono nel mese di ottobre Prima Industrie, Tiscali, Tecnodiffusione, Poligrafica San Faustino, e a dicembre Gandalf. Quella prima pattuglia ha trovato via via altri compagni di viaggio, e ora il 2000 si chiude con 40 titoli quotati, se si considera anche la quotanda Dmail, il cui debutto è fissato per domani, 22 dicembre.

Però, oggi solo il 44% dei titoli quotati sul Nuovo Mercato ha un bilancio positivo; di questi, il 21% ha un prezzo inferiore a quello del collocamento; l’8% non l’ha mai raggiunto. Diciamo che si è visto di tutto: alcune azioni, come quelle di ePlanet o Datamat sono diminuite pesantemente rispetto al collocamento (rispettivamente, il 66,85 e il 48,89%); altre sono schizzate verso l’alto. E’ il caso di Finmatica (+635,80%), Prima Industrie (+202,40%) o Tecnodiffusione (+134,92%).

“Bisogna anche dire che per lungo tempo si è scontato un doppio effetto scarsità – dice l’analista – da una parte, specialmente all’inizio, c’erano pochissimi titoli da comprare, e quindi mancava la possibilità di scelta; dall’altra parte giravano poche azioni per ogni titolo, fino al paradosso di Luxottica, peraltro quotata anche al NYSE, che ha messo sul mercato un flottante di appena il 2%”. La scarsità di azioni sul mercato di una società aumenta la volatilità perché bastano volumi bassi per far variare il prezzo sostanzialmente.

Certo, le cose per il Nuovo Mercato non sono andate così male come per il Nasdaq, che dall’inizio dell’anno ha ceduto il 45% del suo valore. Ma la sensazione è che le luci della ribalta abbiano lasciato il posto a un flop.

“In un certo senso è legittimo parlare di flop – afferma Principe – quanto meno se si considerano le condizioni con le quali ha preso piede il Nuovo Mercato in Italia; da marzo a oggi si è consumata una catarsi che l’anno prossimo porterà gli investitori a essere più consapevoli e a operare una maggiore selezione”. In questo, chi vorrà scommettere sul Nuovo Mercato sarà avvantaggiato da una scelta di titoli più ampia rispetto all’inizio, “ma bisognerà ricordare che non tutti sopravvivranno, e quelli che ce la faranno saranno i maggiori, capaci di scavarsi nicchie di efficienza e flessibilità”.

Per Roberto Santagostino, responsabile della sala operativa di SimCasse, dietro la tempesta “c’è un discorso culturale: eravamo abituati a tassi a due cifre, poi con l’ingresso nell’euro siamo passati a tassi a una cifra. Gli investitori, i piccoli investitori, hanno acquistato titoli della New Economy o pensando di potersi arricchire facilmente e in poco tempo, o immaginando di comprare titoli difensivi. E, nel periodo del tam tam al rialzo, hanno comprato a prezzi altissimi, non giustificati. Ora pagano le conseguenze”.

Sicuramente, riconosce Santagostino, hanno giocato a sfavore i volumi bassi e il crollo del listino tecnologico a Wall Street, ma anche i prezzi troppo alti e valutazioni spesso non adeguate.

Per il 2001, gli operatori sono abbastanza univoci su dove indirizzare gli investimenti. Matteo Serio, gestore di portafoglio di Cofimo Sim, è netto: “Il mio consiglio a un investitore privato è di traslocare dalla New Economy, lasciandoci eventualmente piccole quote di portafoglio; oppure – aggiunge – scegliere azioni di aziende che hanno il proprio business in un settore ben conosciuto”. Meno drastici sono gli altri operatori interpellati da WallStreetItalia.

L’analista di Popolare Vicenza sceglie Bb Biotech, perché va a investire su società scelte del comparto biotecnologico. Sì anche a società come Dada che, come dimostra il recente accordo con Mediolanum, ha scelto la strada della diversificazione.

Sì ancora alle piccole società che presentano un business positivo, come El.En o Engineering; “per queste tuttavia – avverte Donatella Principe – l’aspetto preoccupante deriva dalla concorrenza delle big player e dalle barriere all’entrata dei Paesi dove il loro business è sviluppato. La carta vincente sarà trovare nicchie piccole e profittevoli”.

L’importante, aggiunge l’analista, è capire che tipo di società si ha tra le mani. “Alcune, penso per esempio a Mondo Tv, si autofinanziano e quindi possono avere andamenti ciclici da mettere in conto”.

Per Santagostino un comparto interessante è quello della ricerca farmaceutica, delle biotecnologie: cita Novuspharma, Biosearch, Bb Biotech, tutte aziende, dice, per le quali bisogna mettere in conto alti costi di investimento, ma che operano in business davvero grossi; oppure eBiscom, che effettua il cablaggio di molte città italiane.

Anche Guido Cantoni, sales trader di Giubergia Warburg, vede con favore il comparto della ricerca, ma parla anche “del gioiellino Finmatica”, in questo condiviso da Serio, per il quale “è una società meravigliosa, leader nell’offerta di prodotti software per banche e assicurazioni”.

In ogni caso l’anno prossimo gli investitori dovranno evitare di ripetere gli sbagli commessi nel 2000 e studiarsi attentamente le società e i loro bilanci.

Santagostino si augura che gli stessi addetti ai lavori, nei loro report, “prendano in considerazione quanto più possibile i fondamentali delle società quotande, i loro piani di sviluppo, anche se è vero – ammette – che spesso le aziende della New Economy non hanno ancora uno storico su cui ci si possa basare”.

A Santagostino fa eco indirettamente l’analista di Popolare Vicenza: “troppo spesso, però – dice Principe – gli stessi investitori non prestano attenzione ai prospetti informativi”.

Il disagio degli operatori in certa misura riguarda anche i poteri di controllo a monte della quotazione. Fino al 1988 il compito di controllo spettava unicamente a Consob, Commissione per le società e la Borsa; con la privatizzazione è intervenuta Borsa italiana, e ciò consente alla Commissione di Via Isonzo di limitarsi “a vigilare a che quanto sta scritto sui piani delle società sia conforme al vero”.

Recentemente il presidente di Consob, Luigi Spaventa, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di una “responsabilità solidale” degli sponsor che accompagnano le start-up, ma anche di amministratori, sindaci e revisori, ed è possibile che già nei prossimi giorni la Commissione esca con una raccomandazione ufficiale, una sorta di moral suasion rivolta ai principali attori del mercato. Ma per alcuni, le responsabilità troppo condivise rischiano di alimentare il gioco dello scaricabarile.

Matteo Serio lamenta il fatto che nel passato “non c’è stata una piena comprensione dei rischi associati ai modelli di business proposti dalle società che intendevano quotarsi. C’è stata una crisi di valore, un’errata percezione del valore delle società della New Economy”. Gli si affianca Cantoni: “c’è stata carenza informativa”.

Il risultato è che molti hanno investito in aziende per puro atto di fede. “Il fatto è – dice Serio – che, almeno per l’80%, le società di alta tecnologia che si sono divise per quattro o per cinque in questo ultimo anno sono ottime società. Il problema è che sono state sopravvalutate, e che non si riesce a capire come tramuteranno il fatturato in utili.

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