Criptovalute: dietro a sbalzi c’è molto di più del divieto di Seul

12 gennaio 2018, di Livia Liberatore

La Corea del Sud torna sui suoi passi. I ministeri del Paese hanno bisogno di più tempo per discutere il piano del ministero della Giustizia per vietare gli scambi di criptovalute. Secondo quanto riferito da Yonhap, l’amministrazione cerca un atterraggio morbido, considerato lo shock che le misure potrebbero creare sul mercato, che può a sua volta portare a danni economici e sociali.

“Se la bolla scoppiasse, avrebbe un effetto devastante”, aveva detto ieri ai giornalisti il ministro della Giustizia sudcoreano, Park Sang-Ki, “Il ministero sta preparando una legge per vietare in modo efficace tutte le transazioni in valuta virtuale nelle sale di negoziazione”

La Corea del Sud è sede di uno dei più grandi mercati di scambio tra privati di criptovalute e si stima che oltre due milioni di persone nel Paese possiedano le più note monete digitali. Il commercio sudcoreano di Bitcoin rappresenta oltre il 20% del commercio mondiale della valuta. Decine di migliaia di persone hanno presentato nelle ore passate una petizione online, chiedendo all’ufficio presidenziale di fermare la repressione contro il trading di criptovalute.

Ancora una volta Bitcoin mostra grande capacità di ripresa

Dopo le notizie in arrivo dalla Corea del Sud, ieri il Bitcoin è arrivato a cedere più del 20%, scendendo a quota 13 mila dollar. Con la rettifica da parte del governo sudcoreano, la moneta ha ripreso terreno.

La chiusura è “una delle misure prese in considerazione dal Ministero della Giustizia“, ha precisato il portavoce presidenziale Yoon Young-Chan, “Ma la decisione non è stata finalizzata”.

Manca ancora una stima precisa dell’impatto che avrebbe la decisione e delle conseguenze che potrebbe avere sulla ricchezza dello Stato. Ma Seul è solo l’ultimo paese in ordine di tempo di una lunga serie che prende una posizione forte, sia questa positiva o negativa, sulle criptovalute.

Nel settembre 2017 la Cina ha deciso di mettere le ICO al bando e la Corea del Sud si è poi adeguata. Il mese successivo la Cina ha chiuso alcune piattaforme online di trading di Bitcoin e ora ci sono voci che dicono che, preoccupata per le troppe risorse energetiche che richiedono e per l’utilizzo di criptovalute per attività criminali, Pechino vorrebbe interrompere le operazioni di creazione di Bitcoin (mining) nel suo suolo.

Allo stesso tempo ad aprile dello scorso anno il Giappone ha riconosciuto ufficialmente il Bitcoin come valuta legale, dichiarando che avrebbe provveduto a regolamentare il mercato. A maggio dello stesso anno l’Australia ha fatto altrettanto. L’annuncio di Tokyo ha in poco tempo incrementato di netto il volume sui mercati giapponesi, contribuendo a rendere il paese la meta preferita di chi vuole fare affari con la criptovaluta. È stato anche raggiunto il record di attività di trading giornaliera.

Quello che significa tutto questo è che ben presto le autorità cercheranno di controllare il mercato molto volatile e ancora poco maturo del Bitcoin e delle altre criptovalute. La notizia sul divieto sudcoreano, poi peraltro smentita, ha provocato cali pesanti, ma vista l’elevata volatilità giornaliera a cui le monete digitali hanno abituato i trader e considerata la resistenza mostrata dal mercato anche in concomitanza con notizie molto negative, è probabile che non siamo di fronte allo scoppio della bolla e che i prezzi riprenderanno la loro fase ascendente.

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