Credito, Nomura: “contagio a lungo atteso si è materializzato”

14 novembre 2018, di Daniele Chicca

Il collasso storico dei prezzi del petrolio, i cui prezzi hanno inanellato una striscia negativa di dodici sedute, ha riportato l’attenzione dei mercati sul settore delle materie prime e questo ha provocato perdite pesanti per il comparto in Borsa. Nelle ultime 48 ore poi il credito di General Electric è sceso su livelli da rating “spazzatura”, alimentando i timori circa il destino dei bond societari, il cui inevitabile declassamento a junk potrebbe innescare una crisi creditizia nel mercato obbligazionario, come ha avvertito Scott Minerd di Guggenheim.

Riguardo al possibile “contagio creditizio”, lo strategist Charlie McElligott di Nomura ha scritto stamattina in una nota che la correlazione tra mercati del credito e azionario “rappresenta uno degli andamenti più significativi degli ultimi giorni“.

Secondo l’analista cross-asset “l’ampliamento degli spread creditizi era atteso da tanto tempo ed è uno sviluppo decisamente negativo per il regime degli asset più rischiosi, dal momento che – stando al modello di quantificazione degli elementi catalizzatori più importanti (il Quant Insight factor PCA), il settore del credito è il secondo catalizzatore più importante per l’indice Nikkei e il fattore maggiormente decisivo per stabilire il comportamento del cross euro yen sul valutario“, che a sua volta è un importante indicatore dell’avversione al rischio dei trader.

Bagno di sangue petrolio contagia bond energetici

Non si tratta di un’andamento secondario bensì “legato al ciclo” generale: infatti “l’ondata di buyback del debito e di investimenti per finanziarie le operazioni di M&A ha spinto l’universo IG in una fascia di rating compresa tra i giudizi di BBB e BB (Xerox è in negative watch, mentre Conagra e Kellogg sono stati declassati di recente“. Qualche campanello d’allarme dovrebbe dunque suonare per chi investe nella sfera del credito e del reddito fisso.

La propensione al rischio è stata compromessa inoltre dai cali del petrolio nelle ultime settimane, che è stata “ovviamente orribile”, con elementi macro che hanno favorito un rafforzamento del dollaro e con le preoccupazioni legate al difficile bilanciamento tra offerta e domanda da parte dell’OPEC che stanno rendendo particolarmente violente le oscillazioni di prezzo del petrolio.

La liquidazione di contratti WTI di ieri è stata clamorosa, e ha contribuito a una contrazione del 7,1% del petrolio (peggiore prova da settembre 2015). Il tracollo del greggio in area 55 dollari al barile (vedi grafico sotto) mette a rischio tutta una serie di obbligazioni non investment grade del settore, sulla falsa riga di quanto accaduto già nel 2014, quando centinaia di miliardi di dollari di bond junk e prestiti dell’industria energetici correvano il pericolo di risultare inesigibili.

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