Confini aperti per alimentare il Pil: “idiozia” o realtà?

27 settembre 2017, di Alberto Battaglia

Lo scorso 13 luglio un articolo comparso nella rubrica “The world if” del L’Economist – quotidiano di stampo liberale – aveva radicalmente trattato il tema dell’immigrazione da una prospettiva completamente diversa dal solito: e se chiunque facesse domanda venisse accolto nel paese ove intende stabilirsi? Il titolo era eloquente: “Un mondo a libera circolazione sarebbe 78mila miliardi di dollari più ricco, sommario: sì, sarebbe dirompente. Ma i guadagni potenziali sono così vasti che gli oppositori potrebbero essere corrotti perché lascino che ciò accada”.

Il think-tank olandese Gefira a distanza di un paio di mesi ha pubblicato un’ampia risposta nel tentativo di “smontare” le tesi esposte nell’articolo della rivista britannica (ricordiamo che “The world if” è una rubrica annuale che non risparmia provocazioni intellettuali come questa). In questo caso l’oggetto è uno studio del professor Bryan Caplan (George Mason University) pubblicato nel 2014 e intitolato “A radical case for open borders”.

Nell’articolo Caplan scrive: “Il lavoro è la commodity di maggior valore, ma le strette regolamentazioni dell’immigrazione fanno sì che essa venga sprecata (…) Lasciare che i nigeriani restino in Nigeria è economicamente senza senso quanto far coltivare agli agricoltori in Antartide”. In breve, se un lavoratore non specializzato è molto più valorizzato in Europa piuttosto che in Nigeria, e se può guadagnare mille volte più in Germania, egli avrà contribuito al Pil mondiale 1000 volte di più spostandosi dal suo Paese d’origine. Il discorso è strutturato in un’ottica globale.

Secondo il think-tank olandese questo genere di argomentazione, più che delineare un”free lunch” (“un pasto gratis”) è proprio “semplicemente idiota“. La prima critica avanzata dal gruppo Gefira a questa visione è che i Paesi non sono imprese multinazionali, il cui scopo è esclusivamente fare profitti: gli stati sono “comunità e i cittadini non si aspettano che loro governi si limitino a massimizzare il Pil. La storia ci insegna che le migrazioni causano tensione sociale, spezzano la coesione della società e la stabilità della nazione ospitante”.

Il secondo argomento del Gefira è quello più propriamente economico. Secondo il think-tank olandese l’argomento viene sfidato dalla massiccia sovrabbondanza di lavoro non specializzato disponibile nel mondo, che andrebbe a gravare sul sistema di welfare e protezione sociale presente nel mondo sviluppato. “Se c’è un’abbondanza di lavoratori non specializzati, i governi intervengono e ‘comprano’ tale eccesso di offerta per un prezzo minimo che viene chiamato welfare sociale”, scrive Gefira riferendosi al fatto che un lavoratore senza impiego accede a sussidi e agevolazioni pagate dalla comunità.

Partendo dai dati statistici olandesi, è stato messo in evidenza come la quota di marocchini e turchi di età compresa fra i 30 e i 35 anni che percepiscono una social security è rispettivamente del 30% e del 22%, mentre per gli olandesi tale quota è all’11%. Allo stesso tempo turchi e marocchini partecipano al lavoro rispetto ai ‘nativi’ (60% contro 90% nella stessa fascia di età già esaminata). Nell’articolo dell’Economist si sostiene al contrario che anche per il loro contributo alle entrate fiscali, i migranti sono con minor probabilità un peso per le finanze pubbliche rispetto ai nativi, “a meno che le leggi locali non rendano loro impossibile lavorare”.

Dopo aver considerato il welfare sociale (ma senza trattare il tema delle pensioni spesso evocato a favore dell’ingresso di nuovi migranti), il Gefira conclude “che non c’è possibilità che l’Europa possa conservare il suo welfare sociale senza mettere in campo una quota sui migranti”. Per questo, “per la classe lavoratrice europea equivale al suicidio votare per i funzionari delle frontiere aperte”. Il “pasto gratis” a cui fa riferimento Gefira è una massima che suonerà familiare a chi ha studiato macro economia. Si vuole intendere che un pasto gratuito non esiste, per dire che non c’è nulla di gratis a questo mondo.

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