Common Reporting Standard dell’Ocse e FATCA Usa: le differenze

27 gennaio 2017, di Daniele Chicca

Dopo lo scoppio degli scandali sui conti offshore aperti da cittadini statunitensi in paesi esteri e in particolare in Svizzera, gli Stati Uniti hanno iniziato per primi a studiare come combattere il fenomeno dell’evasione ed elusione fiscale. A partire dagli anni 2010 il governo americano ha lavorato alla stesura di una normativa per stanare i contribuenti connazionali intenti a occultare redditi e altre attività finanziarie, come gli investimenti, tramite un conto aperto presso una banca straniera.

È così che è nato il FATCA (acronimo di Foreign Account Tax Compliance Act): un impianto normativo che obbliga gli stati aderenti a scambiarsi reciprocamente le informazioni bancarie sensibili. Si tratta di un accordo bilaterale con gli Stati Uniti che è già stato firmato dall’Italia e da altre decine di paesi e che per primo ha permesso di fare abbassare le barriere erette dal segreto bancario. L’elemento di intergovernabilità dell’intesa consente di superare lo scoglio della extra-territorialità giuridica.

Con l’Italia le comunicazioni incrociate sono iniziate nel 2014, ma è solo dall’anno scorso che la cooperazione è diventata veramente completa. Per recepire l’impianto normativo del FATCA, l’Italia aveva firmato l’intesa intergovernativa con gli Stati Uniti a gennaio 2014 (IGA), poi ratificata con una legge il 18 giugno dell’anno successivo. La disciplina prevede una ritenuta alla fonte del 30% per ogni pagamento corrisposto dai residenti in Usa a un intermediario finanziario estero che risulti inadempiente, ovvero che non abbia rispettato l’obbligo di trasmissione all’IRS, l’amministrazione fiscale americana, delle informazioni richieste.

Common Reporting Standard e Direttive europee

La lotta globale all’evasione ed elusione fiscale dei conti all’estero è entrata nel vivo quest’anno, che ha segnato per l’Italia l’inizio della collaborazione con decine di Stati. La nascita del FATCA (standard Ocse e direttive Ue) ha infatti gettato le basi per una nuova serie di accordi, anche sovranazionali. Oltre agli accordi bilaterali come quello con gli Usa, il nostro paese ha firmato direttive multilaterali come quelle europee e figura tra i 79 paesi che hanno già aderito al Convenzione Multilaterale per la Mutua Assistenza promossa dall’OCSE, una sorta di FATCA su scala globale.

Altri 18 paesi hanno preso l’impegno di partecipare al meccanismo di Common Reporting Standard (CRS) – lo standard tecnico approvato dall’Ocse nel 2014 che detta le regole operative per l’acquisizione di dati rilevanti da parte delle banche e il loro invio all’amministrazione di competenza – ma non hanno ancora aderito formalmente al modello che rappresenta la base legale per lo scambio automatico di informazioni, il Model Competent Authority Agreement (MCAA).

A seconda di quanto sottoscritto, alcuni Stati hanno attuato il primo scambio di informazioni già a cominciare dal 2017, con riferimento ai dati dell’anno fiscale precedente – è il caso per esempio dell’Italia -mentre per altri si partirà dal 2018. Il CRS è stato adottato dall’Unione Europea attraverso la direttiva dello scambio automatico e vincolante di informazioni in materia fiscale (Direttiva 2014/107/UE). Chi partecipa al CRS non ha bisogno di stringere patti bilaterali con gli altri paesi aderenti e accetta di integrare nella propria giurisdizione nazionale le normative degli accordi internazionali.

Oltre al CRS/MCAA dell’OCSE e al FATCA americano, tra le fonti per lo scambio di informazioni che coinvolgono l’Italia si possono citare le Convenzioni bilaterali contro le doppie imposizioni (lo scambio avviene su espressiva richiesta). Il governo, che ha stretto accordi simili con paesi con giurisdizioni “opache” come la Svizzera e il Lichtestein, spera di recuperare miliardi di euro dal rientro di capitali dei potenziali evasori. Roma ha aderito inoltre alla Direttiva Risparmio (scambio automatico) e alla Direttiva Cooperazione Amministrativa (su richiesta, automatico o spontaneo).

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