Come prosperare senza l’euro

1 marzo 2017, di Daniele Chicca

È possibile per uno stato membro dire addio alla moneta unica senza fare danni alla propria economia? Se lo è chiesto l’illustre economista Jacques Sapir. Qualunque sia lo scenario o il paese coinvolto, abbandonare l’euro comporterà sacrifici, misure strutturali importanti e un primo periodo di profonda crisi. Chi è favorevole a una simile operazione, come il Front National in Francia, sostiene che dopo una ristrutturazione obbligata del debito e una prima fase di inflazione e perdita del potere d’acquisto da parte dei cittadini, a lungo termine l’economia tenderà a trarre giovamento dalla possibilità di stampare moneta e svalutare il franco.

Il professore dell’Università Paris-X Nanterre ha tentato di calcolare gli effetti senza basarsi soltanto sul punto di vista macroeconomico, da cui emergerebbe un’analisi incompleta. La prima regola citata è quella di evitare oscillazioni maggiori dei tassi di cambio. Poter svalutare la propria moneta a piacimento è un vantaggio, ma “la possibilità di attacchi speculativi e che si verifichi il fenomeno cosiddetto di “overshooting” richiede il varo di misure conservatrici.

Servono misure che non intacchino la flessibilità del tasso di cambio, ma che al contempo rendano prevedibile e non incerto e schizofrenico il suo andamento. Per farlo si potrebbe per esempio rendere costoso e in certi casi proibitivo assumere posizioni short al ribasso a breve termine. Si potrebbe imporre una tassa una tantum penalizzante contro le speculazioni contro il franco oppure contro gli investimenti a favore del franco, a seconda dei momenti e in modo prestabilito. Un imposta di questo tipo si applicherebbe chiaramente soltanto agli ordini di acquisto o di vendita di franchi che non hanno una contropartita materiale o che costituiscono investimenti diretti. Anche alla speculazione diretta si dovrebbe riuscire a mettere un freno.

Un altro tema caldo in un’economia post euro riguarda il costo del denaro e di riflesso anche il debito emesso e da ripagare. Un’azienda investe in Francia o in Italia se prevede di registrare un buon giro d’affari in futuro in quel paese ed è disposta a correre dei rischi soltanto a certe condizioni. Alla luce di ciò, si capisce bene quanto siano importante non solo le performance economiche e la leggerezza burocratica ma anche l’andamento dei tassi di interesse. Per questo il governo dovrà riprendere il controllo della politica monetaria, almeno in primo tempo, e dovrà anche, secondo l’economista:

  • tornare ad assumere il controllo della Banca centrale di Francia;
  • tramite delle norme “quantitative” imporre dei limiti ai titoli di Stato nei bilanci nel pubblico, ma anche nel privato. La banca centrale dovrà obbligatoriamente accettare l’acquisto di quesi bond a tassi che saranno controllati. Questi tassi diventeranno il nuovo tasso di riferimento della Banca nazionale;
  • Il governo dovrà inoltre mettere in atto un meccanismo di bonifica degli interessi per facilitare le condizioni di investimento in alcuni settori mirati, come quelli legati alla transizione ecologica o le nuove tecnologie.

Sono misure che avranno un impatto molto positivo per le aziende che fabbricano in Francia. Un altro intervento urgente riguarda il rafforzamento del sistema bancario, che secondo Sapir va “riorganizzato in profondità”, mettendo la banca centrale sotto la tutela del ministero delle Finanze, procedere alla separazione di banche commerciali e banche d’affari che prendono rischi investendo e infine raggruppare gli istituti pubblici o semi statali del credito in un’unica entità che finanzi le imprese nazionali attive in settori cruciali come l’agricoltura, la costruzione o l’industria, ma anche le startup e altri progetti e investimenti che creano lavoro.

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