Clemenza fiscale: ridurre le tasse per abolire i condoni tributari

19 settembre 2017, di Giovanni Falcone

CLEMENZA FISCALE: ridurre le tasse per abolire i condoni tributari!

La previsione formulata dai nostri padri costituenti di concorrere alla spesa pubblica in relazione alla propria capacità contributiva (ex art. 53 costituzione), è stata, non solo stracciata nei fatti, ma addirittura vilipesa con assoluta spavalderia, nella diffusa consapevolezza di un perdonismo imperante, prima annunciato, subito smentito ed immediatamente attuato con periodica e ravvicinata attualità.

Si è trattato sempre di un “perdono” dettato da ragioni di necessità, imposto da improrogabili esigenze di contenimento della spesa pubblica – il cui differenziale sul Pil è stato peraltro stabilito dalla UE – se non addirittura ancora peggio se giustificato da esigenze di cassa corrente, ed immancabilmente accompagnato dalla promessa che sarebbe stato l’ultimo, della giornata s’intende.

È già capitato nella nostra storia, non solo recente, della impossibilità di corrispondere lo stipendio ai dipendenti pubblici per carenze di liquidità.

In questi giorni ho letto che si sta pensando ad introdurre l’ennesimo “condono fiscale”: una farsa!

L’evasione fiscale nel nostro Paese, secondo le analisi più accreditate rappresenta un terzo della ricchezza nazionale prodotta, determinata, da un lato da una economia sommersa e dall’altra dalla obiettiva ed accertata incapacità dello Stato di perseguirla.

Per arginare questo gravissimo fenomeno di pubblico malcostume, sono stati effettuati numerosi tentativi, a volte minacciosi, altri bonari, tutti finiti nel nulla, anzi peggio, allorquando, lo Stato e, oso affermare, tutti noi, abbiamo sempre seguito la strada dei “questuanti”.

Dopo la Riforma Tributaria del 1973, si è passati alla legge “manette agli evasori” del 1982, per arrivare all’abolizione del famigerato “segreto bancario” negli accertamenti fiscali del 1991, giungendo infine, alla legislazione ultima del marzo 2000, che ha addirittura reso l’evasione fiscale reato presupposto ai fini del riciclaggio di denaro sporco, equiparandone la condotta criminosa come fatto di elevato allarme sociale, alla stregua di tanti altri gravi reati previsti dal vigente sistema processuale-penalistico.

L’istituzione dell’Anagrafe dei rapporti di conto corrente poi meglio non parlarne: una vergogna vergognosa!

In epoca più recente, si è addirittura tentato di incoraggiare la vastissima platea di questi incalliti evasori fiscali con appositi incentivi finalizzata alla “emersione del lavoro nero”, pur senza raggiungere nessuno degli obiettivi programmati.

A voler leggere i risultati complessivamente raggiunti perderemmo solo tempo, oltre che far aumentare un senso di sfiducia e rassegnata impotenza fra tutti noi.  L’evasione fiscale, fra l’intero popolo delle partite Iva rimane altissimo.

E la norma ahimè, vedere il contante versato sui conti personali extracontabili, mentre i soli bonifici e/o assegni alimentano i conti aziendali, rappresentando, questi ultimi, e nella migliore delle ipotesi, solo il 50% dell’intero fatturato.

Un aumento della pressione fiscale, avrebbe unicamente l’effetto di far aumentare il numero degli evasori, ovvero di quegli imprenditori che già oggi si sottraggono in tutto o in parte agli oneri tributari. Ricordo le organizzazioni dedite al contrabbando doganale di t.l.e (tabacchi lavorati esteri), che erano soliti festeggiare per ogni “aumento” dell’imposta sul circuito legale, ricevendo, come diretta conseguenza, un significativo incremento dell’illecito mercato.

Ogni tanto, qualche rivista specializzata ci ricorda che la pressione fiscale del nostro Paese è di poco al di sopra della media europea (secondo questi esimi analisti, solo la Svezia ci supererebbe di qualche punto percentuale). Sono affermazioni queste, assolutamente prive di qualsivoglia base logica, nel senso che bisognerebbe avere il coraggio di dire che da noi, la pressione fiscale, è almeno doppia rispetto alla media europea. Ne spiego brevemente le ragioni!

Alla voracità fiscale dello Stato, dobbiamo aggiungere, forse al contrario di altri Paesi, la pressione della criminalità organizzata (che soprattutto in alcune aeree rappresenta un antistato), una pubblica amministrazione spesso inefficiente, una rete infrastrutturale viaria ed aerea da terzo mondo, una sanità pubblica approssimativa, una sicurezza nel suo complesso inadeguata.

Fino a pochi anni addietro, a Reggio Calabria, una città di oltre 200 mila abitanti, l’acqua corrente non era potabile: la gente cucinava con l’acqua minerale!!

Personalmente, non conosco le disfunzioni, pure possibili, esistenti in Svezia, o comunque in altri Paesi dell’Unione europea, ma ho la presunzione di credere che non sono neanche paragonabili alle nostre.

Se l’equazione è questa, credo che bisognerà cambiare strada, possibilmente invertendo la tendenza degli ultimi decenni che ha registrato un trend in crescita della pressione fiscale complessiva.

Ridurre la pressione fiscale, ovvero le altissime aliquote che oggi caratterizzano il nostro sistema fiscale non deve rispondere solo ad una esigenza di moralità, visto che la progressività dell’imposta rimarrebbe inalterata, ma deve servire a ridurre l’interesse del singolo ad evadere gli obblighi tributari.

Non è velleitario immaginare che, con un fisco più modesto, si ridurrebbero gli “evasori totali e paratotali”, determinando, paradossalmente, un aumento delle entrate tributarie.

In altri termini, la pressione fiscale và ridotta, non solo e non tanto per restituire soldi alle famiglie (per le quali si potrà agire con lo strumento della “detrazione fiscale”), come sento spesso in questi giorni di acceso dibattito ad ogni livello, bensì per consentire allo Stato di migliorare il conto economico, per non indossare, come da consolidata abitudine, le vesti del “questuante”.

 

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