Cina, momento Minsky può aspettare. O’Neill: “debiti non preoccupano”

14 novembre 2017, di Daniele Chicca

La macchina economica della Cina si sta inceppando: le spese dei consumatori durante la Giornata dei Single venerdì scorso sono state superiori ai 25 miliardi di dollari, quindi sul lato dei consumi non c’è nulla da temere in Cina. Tuttavia, le cifre sulle vendite al dettaglio e sulla produzione industriale hanno deluso, e l’attività delle fabbriche ha subito un rallentamento ai minimi di 17 anni.

Se da un lato la crescita boom sta subendo una battuta d’arresto, sono soprattutto i livelli di indebitamento a creare timori, anche alle alte sfere dell’establishment. Il navigato presidente della banca centrale della Cina, Zhou Ziaochuan, ha evocato giorni fa la possibilità che si verifichi un Momento Minsky, ossia lo scoppio di una bolla creditizia speculativa. Il credito si sta espandendo troppo in fretta, secondo gli ultimi dati. Il risultato è che i debiti sono eccessivi, che i prezzi degli asset finanziari sono in fase di boom e che rischi nascosti mettono.

L’espansione dei debiti privati e pubblici non è certo una novità. Organizzazioni internazionali come l’FMI, la Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) e Standard & Poor’s hanno mandato segnali d’allarme di recente sull’incremento dei livelli di indebitamento in Cina. L’agenzia di rating Usa ha declassato il giudizio sul credito sovrano del paese, citando la crescita molto rapida dei debiti.

Da anni poi gli analisti ribassisti avvertono che l’allocation estremamente erronea di capitali e di risorse potrebbe far capitolare l’economia. Tuttavia l’alert lanciato da Zhou è diverso dagli altri. Le dichiarazioni del banchiere centrale, il più rispettato del paese, fatte in concomitanza con l’ultimo congresso del Partito Comunista – che si svolge ogni cinque anni – hanno messo in allarme il mondo intero.

Cina, O’Neill: crescita debiti non deve preoccupare

In questo contesto in peggioramento e sulla carta allarmante, l’economista ex manager di Goldman Sachs Jim O’Neill è convinto che non bisognerebbe preoccuparsi troppo dei livelli di debito crescente in Cina, facendo intendere che Pechino non farà la fine degli Stati Uniti nel 2008.

Sicuramente negli Anni 2000 il debito è cresciuto a ritmi spediti e più rapidamente dell’economia: in 10 anni dal 150% del Pil, il debito complessivo è salito al 260%. La maggior parte dei prestiti è avvenuta nel mercato bancario ombra che ha i connotati della speculazione tradizionale. Per non perdere il treno del mercato immobiliare in costante crescita, gli investitori si stanno indebitando più di quanto dovrebbero anche per pagare gli interessi, in un comportamento ai limiti dello schema Ponzi.

Tuttavia la stretta degli ultimi mesi delle autorità di regolamentazione ha messo un freno all’espansione dei debiti: rispetto al Pil non stanno più crescendo da un po’ di tempo. Sta inoltre cambiando la composizione del debito: le aziende statali fortemente indebitate, che rappresentano la grossa parte della crescita creditizia degli ultimi dieci anni, hanno scaricato un po’ dei debiti, facendo ricorso negli ultimi 12 mesi a operazioni di swap (scambio) debt-to-equity pari a mille miliardi di yuan (150 miliardi di dollari).

Gran parte della crescita dei prestiti degli ultimi tempi è stata quella dei nuclei familiari, i cui debiti però partono da livelli molto limitati. È un trend particolarmente evidente nel settore dei mutui: nel 2012 solo il 15% degli acquisti di case era finanziato con un mutuo: nel primo trimestre di quest’anno la percentuale è salita al 60%.

L’attività economica alimentata da tutti questi debiti non è salutare ed è un fenomeno che è stato criticato in più occasioni, che viene ritenuto uno dei grandi rischi per l’economia globale e non soltanto della Cina, ma secondo O’Neill, ex numero uno della divisione di asset management di Goldman Sachs che ora lavora come professore di Economia all’Università di Manchester, la questione non è un problema grossa, visto “l’ammontare enorme di risparmi”.

I debiti delle famiglie sono relativamente modesti (45% del Pil contro l’80% degli Stati Uniti). Nel periodo precedente allo scoppio della crisi subprime il rapporto era del 99% in Usa. Inoltre, i salari stanno crescendo e i tassi di interesse rimangono storicamente bassi e questo sta aiutando i cittadini a ripagare i propri debiti.

La crescita del credito al consumo sembra più la tipica componente che accompagna lo sviluppo dell’economia piuttosto che quell’eccesso speculativo che ha caratterizzato la bolla dei mutui subprime in Usa ormai dieci anni fa. È probabile che Zhou, ormai vicino al pensionamento, abbia voluto mettere in guardia il suo successore per evitare di “macchiare” la sua immagine e il suo operato.

Se la banca centrale consentirà ai debiti di gonfiarsi ulteriormente nei prossimi anni, Zhou verrebbe accusato di negligenza. Evocando la possibilità di un “Momento Minsky”, Zhou ha dettato in qualche modo la politica monetaria e di regolamentazione del suo successore, con l’intento non tanto di allarmare quanto di scongiurare una catastrofe. Se le autorità in Cina faranno il loro lavoro, potremmo tutti tirare un sospiro di sollievo. Ma è un grosso “se” ipotetico.

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