Carige, tutte le ipocrisie del Pd sul bail-in

11 gennaio 2019, di Alberto Battaglia

Le difficoltà di Carige, passata sotto il commissariamento della Bce per facilitare un’opportuna messa in sicurezza dell’istituto, ha messo il governo di fronte a due alternative politicamente scomode. Da un lato, intervenire con risorse pubbliche contravvenendo alla promessa che lo stato non avrebbe più salvato le banche, dall’altra correre il rischio che un’eventuale risoluzione segua il corso delineato dalla famosa direttiva sul bail-in, falciando il risparmio non solo degli investitori nella banca, ma anche dei correntisti sopra i 100mila euro. In entrambi i casi, il Movimento di Beppe Grillo non avrebbe potuto evitare le accuse di scarsa coerenza rispetto alla fase in cui combatteva il governo del Pd. Una figuraccia innegabile, che però distoglie l’attenzione da responsabilità politiche e incoerenze assai più gravi fra le posizioni dei dem.

 

Ricordiamolo. La predisposizione di garanzie pubbliche alla risolvibilità di Carige è dettata dalla necessità politica di scongiurare l’attivazione del bail-in. La direttiva europea che lo prevede è stata recepita, tramite decreto legislativo, esclusivamente con i voti dei partiti dell’allora maggioranza (legge 9 luglio 2015, n. 114 e Dlgs 16 novembre 2015, n. 180). Secondo la direttiva, lo stato può intervenire nel salvataggio di una banca solo dopo che le risorse interne, compresi i conti correnti oltre i 100mila euro, sono state drenate per ripianare parte delle perdite dell’istituto in crisi. Lo stesso presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, ha affermato che questa direttiva Ue “contrasta con la Costituzione” relativamente all’articolo 47 sulla tutela del risparmio.

 

In questo momento i leader del Pd sono concordi nel definire “giusto” l’intervento preventivo del governo gialloverde, nel caso di Carige. Ma se evitare il bail-in impiegando risorse pubbliche è giusto, perché il Pd ha votato il bail-in? La risoluzione bancaria tramite questo azzeramento dei piccoli risparmiatori è politicamente insostenibile per qualunque partito. Perché questa direttiva non è stata contestata quando era il momento di inserirla nell’ordinamento giuridico italiano? Il 2 luglio 2015, pochi mesi prima del salvataggio di Etruria, il Pd votò compatto la legge che delegava il governo Renzi a “prevedere che lo strumento del bail-in” venisse applicato “a partire dal 1º gennaio 2016” (art.1 comma 1b). Una menzione esplicita nel testo della legge delega, che non lascia dubbi sul supporto del Partito democratico rispetto all’importante novità. Di lì in poi, si è cercato in ogni modo di non far scattare il bail-in, comprendendo in ritardo i danni politici e sociali che ne sarebbero derivati. Appena 30 giorni dopo l’entrata in vigore del nuovo meccanismo, lo stesso governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, invocò il governo ad avviare una “revisione” della direttiva (Brrd) che aveva introdotto questo sistema. Da allora, quella legge è rimasta al suo posto.

 

Anziché dibattere sui decreti che ne evitano l’applicazione, siano essi fotocopiati o no, si dovrebbe discutere nuovamente sulla dubbia compatibilità del bail-in con i principi costituzionali della tutela del risparmio. Anche se, ad essere onesti, questo tema doveva essere trattato pubblicamente già nella precedente legislatura. Per la precisione, l’iter completo di discussione in sede Ue e approvazione nazionale ha coinvolto i governi Monti, Letta (qui il suo parere, da premier, a favore del bail-in come antidoto ai salvataggi dello stato) e Renzi (qui il suo attacco a Monti sulla “paternità” del bail-in, nel novembre 2017, due anni dopo il recepimento della direttiva da parte del suo governo – a proposito di coerenza).

 

Dal punto di vista giuridico, lo stato membro è obbligato ad accogliere, tramite legge ordinaria, le direttive europee; pena, la procedura d’infrazione. Sotto il profilo sostanziale, però, sono già oltre 80 (2016) le procedure a carico dell’Italia e il loro costo complessivo, secondo i dati Openpolis aggiornati al 2014, erano stati nell’ordine dei 180 milioni di euro, spalmati in tutti gli anni precedenti. Il ristoro dei correntisti di una grande banca colpita dal bail-in richiederebbe non milioni, bensì miliardi di euro. Basti ricordare che per i rimborsi dei risparmiatori truffati (obbligazionisti e azionisti) dalle quattro banche del centro Italia e dalle due venete, l’ultima Legge di Bilancio ha stanziato 1,5 miliardi. Anche se il salvataggio diretto dello stato non è certo meno costoso, sono escluse almeno le acute sofferenze e danni irreparabili alla fiducia nelle banche da parte dei risparmiatori. Di fatto, tutti i Paesi Ue violano l’obbligo di recepimento di tutte le direttive, pagando sanzioni. Viste le conseguenze e i relativi costi, quella contro il bail-in sarebbe stata una battaglia con l’Ue del tutto motivata, come segnalato da Abi e Bankitalia, e le cui responsabilità originarie gravano sui precedenti governi.

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