Caos su dati macro e Fed, rialzisti dollaro battono in ritirata

16 agosto 2016, di Laura Naka Antonelli

Codice rosso per il dollaro. La valuta Usa continua a perdere terreno e segna nuovi minimi sul forex, a tutto vantaggio dello yen. Il Bloomberg Dollar Spot Index oscilla ai minimi dallo scorso giugno, esattamente dal periodo immediatamente successivo all’annuncio dell’esito del referendum Brexit nel Regno Unito. Idem per il rapporto dollaro-yen, che capitola sotto la soglia di JPY 100, bucando anche quota 99,95 per la prima volta dal 24 giugno.

Il rinfocolarsi dei dubbi sullo stato di salute dell’economia Usa innervosisce gli investitori, scatenando sui mercati azionari globali l’avversione al rischio.

Il dato sui nuovi cantieri – pubblicato poco fa – che ha rafforzato le speranze sulla crescita del mercato immobiliare americano non è sufficiente a smorzare il pessimismo. Ci pensa tra l’altro l’altro indicatore reso noto nella giornata di oggi in Usa, quello dell’indice dei prezzi al consumo, ad alimentare nuovi interrogativi sul sentiero di crescita ancora troppo irto di ostacoli dell’economia numero uno al mondo. E non importa che l’altro dato, ovvero la produzione industriale di luglio, abbia segnato l’incremento più forte dal 2014.

L’inflazione Usa è rimasta infatti al palo e quanto è peggio indicazioni negative sono arrivate anche dal fronte dei salari. Su base reale, i salari orari sono saliti infatti dello 0,4% su base mensile, dopo il calo -0,2% di giugno, e del 2% su base annua. Quest’ultimo rialzo è tuttavia inferiore agli incrementi che hanno interessato i prezzi di alcuni beni e servizi non discrezionali che le famiglie americane acquistano: gli affitti, per esempio, sono saliti +3,8% su base annua, e i prezzi per le cure mediche +4,1%. Il che significa che la ripresa dell’economia americana, se c’è, presenta ancora diverse zone d’ombra.

Intervistato da Marketwatch Marvin Loh, managing director di BNY Mellon, si chiede:

“C’è un grande interrogativo sul perché non stiamo creando più inflazione a livello globale. E’ dunque necessario che i banchieri centrali siano aggressivi, se non assistono alla creazione di inflazione?” (a tal proposito l’aggressività in tal senso non manca certo alla Bce e alla Bank of Japan)”

Il dollaro accusa il colpo e dopo essere sceso nella sessione di lunedì, va ancora più in basso, cedendo nei confronti delle principali valute.

Dopo il dato relativo alle vendite al dettaglio Usa, reso noto nella sessione di venerdì scorso, il Wall Street Journal riporta d’altronde che, stando alle rilevazioni di CME Group, i mercati stanno scommettendo su una probabilità di un aumento dei tassi da parte della Fed, nel prossimo meeting di settembre, di appena il 12%. Crescono invece le probabilità di una manovra restrittiva a dicembre, dal 47% di ieri al 51%.

E sempre dal mercato dei futures sui fed funds arriva la segnalazione secondo cui gli investitori non intravedono un’alta probabilità di un rialzo dei tassi di interesse addirittura fino al settembre del 2017.

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