“Dopo Brexit, all’euro basta una spallata per cadere”

29 giugno 2016, di Alberto Battaglia

Altro che polemica interna al partito Conservatore, se la Brexit ha vinto le ragioni vanno cercate nelle profonde disparità economiche che dividono la City of London dal resto dell’Inghilterra; secondo l’economista Emiliano Brancaccio (Università del Sannio) le ragioni del voto britannico arrivano da lontano, e potrebbero mettere in discussione lo stesso futuro dell’euro.

La Brexit “aprirà un’altra crepa sulle mura del fortino monetario creato dalla Bce“, ha detto Brancaccio, intervistato da l’Espresso, “Se ci saranno forti ripercussioni sul settore bancariola situazione potrebbe precipitare anche nei rapporti interni all’Eurozona[…] Con il governo tedesco ostile a qualsiasi mutualizzazione dei debiti, l’Unione non dispone di strumenti adeguati per affrontare una nuova crisi bancaria. Non so se sarà la Brexit, ma l’intero progetto di unificazione europea potrebbe cadere ormai anche con una sola spallata”.

All’indomani del voto del referendum britannico non sono mancate le analisi secondo le quali la campagna populista condotta da Boris Johnson e Nigel Farage ha persuaso i ceti più anziani e meno colti della popolazione, minimizzando sui disagi (veri o presunti) alla base della vittoria del Leave. E’ stato solo un voto deciso dalle pulsioni xenofobe? Brancaccio non la pensa così:

L’immigrazione è stata al centro del dibattito referendario, i partiti xenofobi ci hanno sguazzato e ci guadagneranno sul piano politico ma la crescita dei flussi migratori, a ben guardare, è solo il sintomo di un problema più di fondo: un’eccezionale divaricazione tra i tassi di occupazioneanche nei diversi Paesi dell’Unione europea, che costringe tanti lavoratori a spostarsi dalle aree in crisi verso quelle caratterizzate da andamenti economici migliori o comunque meno disastrosi”.

Il Regno Unito, in particolare, è la meta di molti altri cittadini dell’Ue in cerca di lavoro. Secondo Brancaccio il deficit commerciale della Gran Bretagna rivela una latente situazione d’instabilità:

“Chi vuol capire davvero cosa sia successo dovrebbe interrogarsi sui motivi per cui pezzi rilevanti della società britannica, rappresentativi dell’industria del Nord e non solo, hanno scelto di andare contro la City di Londra aderendo alla campagna per l’uscita dall’Ue. Una delle ragioni è che in Gran Bretagna si sta diffondendo una crescente preoccupazione verso la tendenza del Paese ad importare molti più beni e servizi di quanti ne riesca ad esportare. Finora questo deficit è stato coperto con ingenti prestiti di capitale dall’estero, ma una tendenza del genere non può durare all’infinito e prima o poi sfocerà in una crisi commerciale”.

La Brexit può essere una risposta al deficit commerciale, attraverso barriere doganali più alte e moneta svalutata? Troppo presto per dirlo, secondo l’economista campano, ma è chiaro che “c’è una lotta in corso tra le tendenze liberoscambiste del grande capitale e le pulsioni protezioniste dei proprietari più piccoli e maggiormente in affanno”, e in questa lotta non emergono posizioni originali in grado di cercare nuove strade.

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