BORSA: SHANGAI
DA’ I BRIVIDI ALLE BORSE MONDIALI

27 febbraio 2007, di Redazione Wall Street Italia

Gelata cinese sulle borse mondiali. L’indice Shangai and Shenzen 300 ha segnato il peggior tonfo degli ultimi 10 anni, lasciando sul terreno il 9,2% e bruciando in un sol giorno l’equivalente di 107,8 miliardi di dollari, mentre la sola borsa di Shangai ha ceduto l’8,84%. Una doccia fredda che ha contagiato il resto delle piazze azionarie mondiali, che dopo lo scossone cinese temono una bolla finanziaria con una conseguente correzione anche a causa del possibile rallentamento economico globale. Tutto è cominciato dall’annuncio, da parte del governo di Pechino, di una energica stretta sugli investimenti a rischio e su alcune pratiche poco trasparenti utilizzate nel mercato azionario cinese, uno dei più brillanti al mondo nell’attuale fase di espansione delle borse mondiali.

La Cina ha deciso di istituire una task force che, secondo la Bloomberg, dovrà vigilare sulle offerte iniziali di vendita (Ipo) illegali e su altre attività proibite. Come, ad esempio, il ricorso ai prestiti bancari per investire in borsa, vietati, su cui già da qualche settimana le banche sono state invitate ad esercitare controlli più severi. E nuove misure simili sono attese, in un mercato in cui serpeggiano i timori di una nuova stretta monetaria. A tutto ciò va aggiunta una componente speculativa: molti hanno venduto sulle voci, poi smentite, di dimissioni del presidente della Consob Cinese, Shang Fulin. E al nervosismo degli investitori contribuisce l’approssimarsi del Congresso nazionale del Popolo, convocato per il 5 marzo, da cui molti si aspettano nuove misure di apertura al mercato.

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L’indice di Shangai e Shenzen ha ceduto in un giorno 250,18 punti, pari al 9,2%, scendendo a quota 2.457 e correggendo nettamente il livello record raggiunto solo ieri, dopo sei sessioni consecutive in forte rialzo che avevano provocato un balzo del 13%. Una pioggia di vendite che rischia di confermare le parole del segretario del Tesoro statunitense Henry Paulson, che lo scorso dicembre aveva avvertito che senza riforme “l’economia cinese sarà esposta a gravi rischi”. Secondo la Reuters, allo scossone di oggi ha contribuito la presa di profitto da parte degli investitori, desiderosi di incassare le plusvalenze raggiunte dopo l’allungo di ieri. Ma c’é anche il crescente nervosismo di fronte a valutazioni di borsa diventate molto alte: si teme il giorno in cui, inevitabilmente, gli indici invertiranno il loro trend iniziando a scendere.

E nel caso della Cina basti pensare che i titoli dell’indice di Shangai e Shenzen valuta le società che ne fanno parte 38 volte il loro fatturato, contro multipli pari ad appena 16 per l’indice Morgan Stanley dei mercati emergenti. Delle 300 presenti nell’indice, oggi 249 azioni sono scese del 10%. Fra queste China Vanke, il maggior gruppo immobiliare del Paese, ha ceduto 1,58 yuan a 14,26, mentre United Telecommunications, che controlla il secondo maggior operatore cinese di telefonia mobile, ha lasciato sul terreno 0,54 yuan a quota 4,89.

Baoshan Iron, il leader della siderurgia cinese, ha ceduto il 10% a 9,03 yuan, e anche sui titoli bancari sono fioccate le vendite: China Minsheng Banking Corp. ha perso il 10% in un giorno, China Merchants Bank il 9% e Shangai Pudong Development Bank, partner cinese di Citigroup, ha lasciato sul terreno il 10%.

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