Bomba derivati, così il Tesoro ha giocato con i soldi dell’Italia

13 febbraio 2017, di Laura Naka Antonelli

Bomba derivati sui conti pubblici italiani: se n’è parlato diverse volte in questi ultimi anni, cercando di comprendere l’impatto che tali contratti hanno avuto e stanno avendo tuttora sulle casse dello Stato, alle prese con la voragine del debito pubblico. Quel debito pubblico che per Bruxelles è un rospo difficile da ingoiare e che sta costando proprio per questo all’Italia una fase praticamente interminabile di austerity, di paura dell’arrivo della troika e, puntualmente, di manovre e leggi di bilancio che presentano sempre lo stesso rischio: quello, che cade tutto sulle spalle degli italiani, di prendersi un nuovo ennesimo schiaffo in faccia sotto forma di tasse.

Finalmente, uno dei più scottanti segreti dell’Italia, è stato svelato: a farlo, il settimanale L’Espresso che, nella sua edizione dell’ultimo numero in edicola del 12 febbraio del 2017, rivela in via esclusiva “I contratti segreti che hanno svenduto l’Italia alle banche.

Luca Piana svela il mistero con tanto di foto che mostrano le prove dell’esistenza di questi derivati. “Il governo – scrive – li ha sempre nascosti. L’Espresso ora li rivela”.

“Per la prima volta, L’Espresso è in grado di pubblicare i contenuti di un pacchetto di contratti che nei primi giorni del 2012 misero il governo di Mario Monti con le spalle al muro, costringendolo a versare 3,1 miliardi di euro nelle casse della banca americana Morgan Stanley“. Il settimanale ricorda come diversi siano stati i tentativi, gli appelli, le indagini lanciate per tentare di capire la natura di quei contratti derivati. Che sono rimasti, però, sempre TOP SECRET. E che hanno visto come controparti del Tesoro non solo Morgan Stanley, ma diversi colossi dell’alta finanza mondiale. “Soltanto nel quinquennio dal 2011 al 2015, stando agli ultimi dati noti – prosegue l’Espresso – i derivati hanno avuto un impatto negativo sui conti pubblici di 23,5 miliardi di euro, tra interessi netti pagati alle banche e altri oneri connessi. E ancora: gli ultimi conteggi disponibili dicono che gli strumenti tuttora in essere nel portafoglio del Tesoro presentano perdite potenziali per ulteriori 36 miliardi di euro. Fatti due conti – continua Piana – si può dedurre che al governo di Paolo Gentiloni basterebbe non avere questa zavorra per evitare la manovra di aggiustamento da 3,4 miliardi di euro che l’Unione europea ha chiesto all’Italia”.

Dal dossier emerge una verità inquietante: il Tesoro italiano ha perso quasi sempre le scommesse lanciate per proteggere l’Italia da un aumento dei tassi. E, perdendo, ha praticamente fatto dell’Italia un paese alla mercé delle banche, che si è trovata con interessi da pagare, sul proprio debito, ancora più elevati.

“Derivati: i 3,2 miliardi che il governo Monti ha pagato a Morgan Stanley”

Così L’Espresso:

“Quando Morgan Stanley bussò alla porta del neo-premier Mario Monti, nelle ultime settimane del 2011, era un periodo già di per sé difficile: la crisi dello spread stava mettendo a dura prova i conti pubblici e molti paventavano un default dell’Italia. Il maxi esborso da 3,1 miliardi di euro fece sensazione ma, da quel momento, le preoccupazioni non sono diminuite, viste le nuove perdite che sono andate materializzandosi su altri derivati. Le banche coinvolte in questo genere di operazioni sono diciannove, da JP Morgan a UBS, da Deutsche Bank a Goldman Sachs, stando a una lista diffusa qualche tempo fa dal ministero. Ma al di là dei nudi nomi, poco si sa”, anche perchè l’Espresso ricorda come sia stato lo stesso ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ad affermare in passato che la divulgazione di tali contratti “avrebbe riflessi pregiudizievoli che determinerebbero uno svantaggio competitivo dell’Italia rispetto alle banche e agli “altri Stati che fanno uso di questi strumenti”.

Riguardo alla cifra monstre superiore ai 3 miliardi di euro del conto che Morgan Stanley presentò al governo Monti, il settimanale rivela:

“Per inquadrare bene i fatti, bisogna partire dalla fine, e cioè dai drammatici giorni di metà novembre 2011 in cui stava cadendo l’ultimo governo di Silvio Berlusconi. Con i mercati in subbuglio e il fiato dei grandi organismi internazionali sul collo del successore Monti, Morgan Stanley invia al Tesoro una serie di sei memorandum ‘strettamente privati e confidenziali’ nei quali affronta una discussione delicata (…) In quei documenti la banca americana sottopone ai dirigenti del ministero dell’Economia la decisione di esercitare una clausola presente in un vecchio accordo di 18 anni prima, datato 10 gennaio 1994, chiudendo anticipatamente tutti i contratti derivati sottoscritti da allora con il Tesoro e incassando sull’unghia svariati miliardi di dollari. Che cosa diceva quella clausola?”

L’articolo continua:

“La risposta si trova nel documento originale del 1994, anzi in un allegato del considetto “Isda master agreement’, una specie di accordo quadro firmato quando il direttore generale del Tesoro era Mario Draghi, oggi presidente della Banca centrale europea. A pagina 7 dell’allegato è esplicitato quello che viene definito “Exposure Limit”. Semplificando al massimo, il senso è questo: se il valore di mercato dei derivati sottoscritti con il Tesoro è favorevole a Morgan Stanley e supera la soglia di 50 milioni di dollari, la banca può decidere di chiudere in anticipo tutti i contratti, esigendo dal governo il pagamento dell’intera cifra”.

Il nodo è proprio lì, nella parola “valore di mercato”.

Quando infatti “Morgan Stanley si rivolge al Tesoro, nel novembre 2011, il valore di mercato dei derivati supera già in maniera abnorme la soglia di 50 milioni di dollari definita nel 1994. Il dettaglio viene messo nero su bianco in uno dei rari documenti scritti in italiano nella corrispondenza tra le due parti, un memorandum datato 22 novembre 2011. In questo appunto vengono elencati sei contratti che la banca intende chiudere o trasferire a altre controparti, il cui valore di mercato è negativo per il Tesoro per 3,5 miliardi di dollari, 70 volte il livello d’allarme di 50 milioni indicato nel “master agreement” di 18 anni prima”.

Una cifra monstre, che non può riferirsi a un “buco” formato in pochi giorni, scrive Luca Piana, e che fa capire come la soglia di 50 milioni era stata superata già da diversi anni.

“Perchè allora la banca americana ha aspettato così tanto tempo per presentarsi all’incasso? E perchè il Tesoro ha lasciato che il “mark-to-market” dei derivati sottoscritti con Morgan Stanley si gonfiasse fino a un livello così insostenibile ma nel frattempo, come vedremo più avanti, non ha smesso di fare nuovi contratti con l’istituto? Nei documenti della banca americana una risposta alla prima domanda si rintraccia in una lettera spedita a cose fatte a Maria Cannata, responsabile della direzione debito pubblico del Tesoro, nella quale Morgan Stanley sostiene che le autorità degli Stati Uniti e della Gran Bretagna avevano acceso un faro sui rischi presenti nel suo portafoglio, di fatto chiedendo all’istituto di esercitare la clausola per mettere al sicuro i profitti maturati”.

Rimane tuttavia ancora poco chiaro il motivo per cui il “Tesoro non aveva smesso di fare derivati con l’istituto, quando già erano state superate le condizioni della clausola che metteva Morgan Stanley in una posizione di forza (..) Insomma “che senso ha stipulare un accordo che dovrebbe, ad esempio, garantire il Tesoro da un’evoluzione indesiderata dei tassi o dei cambi, se già al momento della firma la banca è nelle condizioni di chiudere il contratto e esigere il pagamento del valore di mercato?”

“Derivati: perchè il Tesoro continua a fare contratti con la banca?

Luca Piana risponde alla domanda facendo riferimento a “una perizia scritta all’inizio del 2015 per la procura di Roma da un professore dell’Università di Tor Vergata, Ugo Pomante. I magistrati della capitale avevano avviato un’indagine nei confronti di Monti e Padoan sul caso Morgan Stanley, sollecitati dalle denunce presentate da due associazioni dei consumatori, Adusbef e Federconsumatori (…) L’indagine si è chiusa con una richiesta di archiviazione, accolta dal Tribunale dei ministri, ma la perizia comunque fa nascere un dubbio: “al Tesoro non tutti erano a conoscenza della clausola incriminata. E chi doveva occuparsene, forse non ne ha valutato le conseguenza con la necessaria attenzione”.

E di fatto l’Espresso cita come, secondo il perito Pomante, sembra che al dicastero si brancolasse praticamente nel buio. Pomante scrive infatti, citando una testimonianza di Maria Cannata, che “è lecito ipotizzare che tale indifferenza sia figlia del fatto che il Ministero dell’Economia ignorasse l’esistenza della suddetta clausola. Pomante, riporta L’Espresso, cita la stessa Cannata che disse “di non aver avuto conoscenza di tale clausola sino al momento in cui il Tesoro ha dovuto assorbire il pacchetto di contratti della ex Infrastrutture Spa”, e cioè nel luglio 2007″.

Piana continua:

“Da altre testimonianze già emerse in precedenza, si sa che il Tesoro si è sempre detto convinto che quella clausola non sarebbe stata esercitata e che la soglia di 50 milioni di dollari era già superata ‘da almeno dieci anni’, come ha avuto modo di raccontare Maria Cannata”. Dai vari studi e dai documenti esaminati dall’Espresso, “il problema è che gran parte del salasso di 3,1 miliardi subito dal Tesoro nei primi giorni del 2012 è dovuta a derivati stipulati o rinegoziati in anni in cui la clausola era, per così dire, già ‘attivata’. E avrebbe dovuto, di conseguenza, sconsigliare la firma di nuovi accordi con la banca americana”.

Derivati: Tesoro rinegozia altri contratti

Tra le rinegoziazioni emerge dall’Espresso anche quella relativa a “una swaption venduta a Morgan Stanley nel 1999″. (..) “Una serie di rinegoziazioni caratterizza anche un’altra swaption, venduta dal Tesoro nel 2002, modificata leggermente nel settembre del 2006 e in maniera più radicale appena due anni più tardi, nell’agosto 2008. Anch’essa verrà chiusa, esattamente come la precedente, con l’accordo di fine 2011, con un pesante esborso per il Tesoro. Come mai un tale suicidio finanziario? Praticamente nel 2003, nel 2006 e nel 2008, quando quel limite di 50 milioni era stato già sfondato al rialzo “da almeno dieci anni”, il Tesoro continuò a rinegoziare diversi contratti derivati per usufruire di benefici di cassa immediati. “Insomma, in cambio di un beneficio di cassa immediato, il ministero ha accettato di caricarsi di rischi che, al dunque, gli si sono scatenati contro”.

Praticamente, lungimiranza zero e massima assunzione del rischio. Così il Tesoro ha giocato con i soldi dell’Italia. Luca Piana conclude l’articolo con più di un interrogativo che rimane aperto:

“Resta forte il sospetto che qualcosa, negli anni della finanza creativa, non abbia funzionato. E per scardinare il segreto un suggerimento potrebbe venire proprio dalla clausola di riservatezza presente nel già citato allegato del “master agreement” del 1994. Dice che i contenuti dell’accordo possono essere divulgati solo con l’autorizzazione di Morgan Stanley. Ma che la “parte B”, ovvero il Tesoro, può divulgarli se a chiederli sono alcune istituzioni, fra le quali è citato un ‘order’ di un ‘legislative body’. Forse, dunque, basterebbe una mozione del parlamento per iniziare a fare chiarezza. Chissà se una simile clausola è presente in tutti i contratti, anche quelli sottoscritti con le altre banche”.

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