Blanchard (ex FMI): riforma fiscale non ha gonfiato bolla in Borsa

16 marzo 2018, di Daniele Chicca

Nel mercato azionario statunitense non si sta formando una bolla e il motivo dietro ai rialzi visti negli ultimi mesi non è da ricercare unicamente nel varo della maxi riforma fiscale Usa, che ha abbassato – tra le altre cose – la corporate tax al 21% dal 35%. A pensarlo è l’economista Olivier Blanchard, ex chief economist dell’FMI ora al Peterson Institute For National Economics, che in uno studio ha misurato l’impatto dei tagli alle tasse su economia e mercati finanziari.

Blanchard è convinto che l’azionario sia stato spinto in rialzo principalmente dalle prospettive globali in miglioramento per l’economia e dal calo di incertezza politica in tutto il mondo. Il risultato di calcoli di un paper da lui curato è che i guadagni di Borsa da quando Donald Trump è stato eletto nel 2016 non hanno le caratteristiche tradizionali di una bolla finanziaria.

Nel misurare l’impatto sull’economia della riforma fiscale, lo studio ha scoperto che il 5% dell’incremento delle Borse può essere associato ai tagli al fisco voluti dall’amministrazione Trump e varati a fine 2017. Le misure espansive dell’amministrazione non dovrebbero mettere a rischio la qualità del credito Usa, inoltre.

“Non sono preoccupato per un’eventuale insolvenza del governo, anche se il debito pubblico americano andrebbe ridotto”, ha detto Blanchard in un’intervista concessa oggi a Bloomberg.

Le prospettive di una riduzione del carico fiscale hanno giocato indubbiamente un ruolo, ma non cruciale. Sono il miglioramento dell’attività economica e un calo dell’incertezza politica ad aver portato ad un aumento dei dividendi e dei prezzi di Borsa:

“se il mercato azionario ha una componente caratteristica delle bolle, la componente in questione non è particolarmente ampia”, secondo quanto scritto da Blanchard nel paper pubblicato a febbraio.

Il report osserva che il calo del premio di rischio a Wall Street è stato relativamente contenuto: alla fine del 2017 il livello non appariva insolitamente basso rispetto alle serie storiche. In breve, gli investitori sono semplicemente intenzionati a pagare di più per l’azionario rispetto al loro valore fondamentale. Per premio di rischio si intende infatti il rendimento supplementare che gli investitori esigono per compensare l’aver corso un rischio sopra la media.

Il tracollo dei mercati di inizio febbraio può essere spiegato con l’ulteriore rialzo del 5,7% visto a gennaio, che ha le sembianze di una bolla più del rialzo del +25% messo a segno dall’S&P 500 a fine 2017, sostiene l’economista nello studio.

Oggi a Wall Street i rialzisti sono in controllo degli scambi di Borsa, ma in passato questa settimana a un avvio in rialzo ha fatto seguito un calo, nel quadro di una volatilità intraday accentuata. Ad aiutare l’azionario è l’andamento positivo della fiducia dei consumatori Usa, salita ai massimi di 14 anni in marzo, come certificato dai dati preliminari sull’indice misurato dall’Università del Michigan pubblicati alle 15 italiane.

A Londra il listino FTSE 100 guadagna lo 0,2%, mentre in Usa il Dow Jones ora avanza dello 0,25% a 24.938 punti dopo un avvio titubante. Gli investitori non vogliono comunque prendere troppi rischi prima di conoscere l’entità dei nuovi dazi alle importazioni promessi da Trump e in attesa di sapere se ci saranno altri fuochi d’artificio a Washington, dove il presidente continua a cambiare in corsa la squadra di governo.

Hai dimenticato la password?