Bilanci certificati: un oligopolio contabile

18 ottobre 2017, di Giovanni Falcone

Bilanci certificati: un oligopolio contabile

Le nuove norme emanate dall’Unione Europea dopo i noti scandali dell’ultimo decennio nel mondo della finanza ed in vigore da circa un annetto, stanno tracciando la rotta ai big della grande finanza mondiale, soprattutto americani come Goldman Sachs, Citigroup, Morgan Stanley e Wells Fargo.

Adeguarsi a queste nuove norme in tema di “revisione dei conti”, visti pure i pessimi risultati evidenziati nel recente periodo dal settore, appare doveroso, avuto riguardo ai precetti fondamentali da poco introdotti:

  • Le aziende non possono servirsi dello stesso revisore per oltre venti anni e ogni decennio bisogna fare un appalto per la gestione del servizio, anche nel tentativo di ridurre il “copia & incolla” di analisi già fatte in precedenti esercizi finanziari;
  • Le norme si applicano non solo alle società quotate europee, ma anche a società estere che operano in settori di pubblico interesse. In tale quadro, rientrano le “controllate UE” dei big americani, come la Pwc, dal 2016 la quinta più grande impresa privata degli Usa.

Considerata tuttavia la grandissima influenza delle società di consulenza contabile e certificazione di bilanci oggi in circolazione, come la stessa Pwc, Deloitte, Ernst & Young e Kpmg per un mercato sostanzialmente privo di concorrenza adeguata laddove, secondo lo studio dell’associazione di categoria britannica ICAEW, il 95% delle società quotate rimane territorio esclusivo.

Se questa è la situazione, l’obiettivo della riforma dell’Unione Europea non mi sembra centrato.

Prospettive auspicabili

Al netto degli investimenti necessari per rimanere sul mercato della “certificazione di bilanci” di società quotate, ahimè fatti soltanto da questi colossi della grande finanza, la sana concorrenza potrà essere soltanto una utopia a lunga scadenza.

Certificare bilanci, come è successo con la multinazionale dell’alimentazione di casa nostra come la “Parmalat” che documentava ingenti disponibilità detenute in un fondo alle Isole Cayman, risultato ovviamente falso, posto a garanzia delle obbligazioni ripetute a diversi zeri emesse da risparmiatori retail, grida vendetta verso la stessa società di certificazione che, evidentemente, in situazioni della specie, deve essere ritenuta responsabile almeno quanto gli stessi amministratori che hanno firmato la veridicità di quelle contabilità.

Per concludere, se i protagonisti della “certificazione dei bilanci” passati, anche dopo i noti disastri bancari e non solo, rimarranno gli stessi, comincerò a guardare al futuro con una maggiore preoccupazione.

È proprio vero: al peggio non c’è mai fine.

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