Bce, perché riunione di marzo è cruciale

2 marzo 2017, di Daniele Chicca

Nonostante la risalita dell’inflazione e gli effetti collaterali del Quantitative Easing visti chiaramente nel mercato dei Bund, nella riunione del 9 marzo la Bce non alzerà i tassi di interesse e non dovrebbe apportare modifiche al piano di accomodamento monetario straordinario. Tuttavia, nell’anno delle Superelezioni in Europa, che rischiano di mettere sotto pressione i mercati del debito sovrano dell’area euro, le parole che Draghi pronuncerà saranno monitorate con estrema attenzione.

C’è poi un altro elemento importante che caratterizzerà il meeting della prossima settimana: la Bce pubblicherà infatti le nuove stime su crescita economica e inflazione. Questo fattore da solo rende fondamentale la prossima riunione di politica monetaria e il fatto di avere già a disposizione le cifre sull’inflazione relative al mese di febbraio consente di valutare cosa aspettarsi dall’appuntamento del 9 marzo e fare anticipazioni.

Dall’inizio dell’anno l’inflazione è salita in modo abbastanza significativo, ma il rialzo è stato principalmente possibile grazie all’incremento dei prezzi energetici. Le quotazioni del petrolio hanno toccato il fondo un anno fa in questo periodo, motivo per il quale le variazioni su base annuale sono così positive. A febbraio l’inflazione ha raggiunto il livello del 2% in Eurozona, l’obiettivo ideale per una stabilità dei prezzi fissato dalla banca centrale, nonché i massimi dal gennaio del 2013.

Per Draghi è troppo presto per preoccuparsi della minaccia inflativa, tuttavia. Il board della Bce si aspettava un aumento del genere, ma alcuni dei suoi membri più falchi incominciano a chiedere di apportare le misure necessarie per tenere a bada i prezzi. I tedeschi, è risaputo, sono allergici a un’inflazione troppo alta, a causa del trauma dell’iperinflazione vissuta ai tempi della Repubblica di Weimar.

Draghi dovrebbe focalizzare la sua analisi sull’indice CPI ‘Core’: escluse le componenti più volatili come cibo ed energia, i prezzi al consumo non sono cresciuti molto ultimamente. A febbraio hanno registrato un incremento dello 0,9%, invariato rispetto alla rilevazione precedente. Allo stesso tempo, tuttavia, altri misuratori della solidità della ripresa, come crescita, occupazione e fiducia delle aziende, sono migliorati a inizio 2017. Se la ripresa economica continuerà a prendere slancio, significa anche che l’inflazione ‘core’ è destinata a farlo.

L’andamento dell’euro e più in generale dei mercati finanziari dipenderà fondamentalmente da due fattori su tutti: le previsioni sui prezzi al consumo, che potrebbero essere riviste al rialzo, e le parole usate da Draghi per descrivere la strategia della Bce nei confronti della minaccia inflativa.

Sul Forex, dal punto di vista tecnico l’euro dollaro ha trovato un’importante area di supporto nella forchetta di prezzo compresa tra 1,0499 e 1,0520 dollari. Se però un superamento dell’area al rialzo non comporterebbe un immediato balzo in avanti della moneta unica, dal momento che sarebbero prima da vincere due medie mobili, a 100 e 200 giorni (linea blu e rossa), una discesa sotto la resistenza getterebbe le basi per una possibile fase di ribassi.

Anche in considerazione della sempre più acuta divergenza con gli Stati Uniti, con il dollaro che viene favorito dal prossima – altamente probabile – stretta monetaria della Fed, sempre a marzo, se viene rotta quella diga al ribasso l’analista del valutario Greg Michalowski scrive su Forex Live che a quel punto “le acque si farebbero agitate”. Gli analisti interpellati da Reuters si aspettano in media che l’euro scenda a quota 1,04 dollari nel giro di sei mesi e a 1,03 dollari tra 12 mesi.

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