Azionario sui nuovi massimi: ancora più su nel 2018?

8 gennaio 2018, di Alessandra Caparello

Il mercato azionario è balzato a nuovi record, superando il tetto massimo, e la domanda che si pongono ora gli investitori è se conviene ancora salire sul treno. I listini, viste le condizioni economiche favorevoli – caratterizzate da crescita coordinata dell’economia globale e bassa inflazione – saranno in grado di salire ancora più in alto?

Con l’inizio del 2018, che ha già visto l’avvio migliore degli ultimi otto anni di tempo per le Borse mondiali, per alcuni vi sono chiari segnali di un mercato azionario sopravvalutato, ma sono in gioco anche altri fattori. Il quotidiano inglese The Guardian ha chiesto a due gestori di fondi come andranno i mercati nel 2018.

Il primo a rispondere è Neil Woodford, il noto gestore di fondi britannico e orgoglioso bastian contrario che alla fine dell’anno – un anno povero per i suoi fondi – era convinto che si fosse formata una bolla di investimenti insostenibile che stava per scoppiare nell’azionario.

“A dieci anni di distanza dalla crisi finanziaria globale, stiamo assistendo al prodotto del più grande esperimento di politica monetaria della storia. Gli investitori hanno dimenticato il rischio e… ci sono così tante campanelle d’allarme rosse che sto perdendo il conto (…) Una di queste è l’estrema differenza tra la performance delle azioni statunitensi che assicurano “valore” – il tipo di profitto affidabile e di dividend stocks che tende a preferire – e le aziende “in crescita”.

La disparità era maggiore rispetto a qualsiasi altra fase della storia del mercato azionario, anche includendo il crollo di Wall Street del 1929. (…) I pochi titoli azionari che sono percepiti come in grado di garantire una crescita affidabile sono diventati molto popolari, e la popolarità si è manifestata in valutazioni estreme e insostenibili. Woodford, che gestisce 15 miliardi di sterline di asset, è famoso per essere stato alla larga dall’azionario prima della crisi finanziaria degli Anni 90.

Secondo Woodford, guardando al suo paese, l’economia del Regno Unito sarà fondamentalmente sana nel 2018, con un maggior numero di persone che lavorano, una maggiore crescita salariale, meno inflazione, maggiori investimenti e una continua ripresa dell’ industria manifatturiera e delle esportazioni. Per quanto riguarda le preoccupazioni sulla Brexit, egli ritiene che siano esagerate come successe con l’isteria di fine secolo sul millenium bug  quando si temeva che i computer non fossero in grado di gestire la transizione dal 1999 al 2000.

Jeremy Grantham, considerato come uno degli analisti storici più intuitivi di bolle finanziarie, è il gestore di fondi veterano britannico che nel 1977 ha confondato GMO, con sede a Boston, che oggi gestisce 75 miliardi di dollari (55 miliardi di sterline) di attivi. La fama dell’azienda deriva in parte dalla sua abilità nell’individuare ed eludere gli ultimi due grandi crolli del mercato azionario: in occasione della bolla dotcom del 1998-2000 e della crisi immobiliare statunitense che ha preceduto il crac finanziario del 2007-09.

La sua teoria del crollo di mercato parte dal presupposto che sì, i mercati – e, in particolare, il mercato azionario statunitense – hanno prezzi elevati da un po’ di tempo, ma in sostanza, i segni di vera frenesia – nel senso dell’eccesso “selvaggio” che accompagna la fase tardiva delle bolle – stanno cominciando a mostrarsi solo adesso.

“Sappiamo che non siamo ancora lì, ma forse possiamo vedere qualche movimento precoce come il Bitcoin, ad esempio, che è una vera e propria mini bolla pazzesca“.

Grantham lancia proprio un allarme: c’è il 90% di probabilità che l’azionario statunitense scenda del 50% dal suo picco massimo. Il Dow Jones ha da poco superato quota 25 mila punti e ha impiegato soltanto 23 sedute per guadagnare 1000 punti.

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