Azionario e QE: l’analisi che spiega la menzogna Fed

20 aprile 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Che molti indici azionari abbiano raggiunto valutazioni eccessive rispetto ai fondamentali dell’economia è un dubbio che inquieta diversi investitori. Questo, nel caso di Wall Street, soprattutto se si considera la droga consegnata direttamente all’azionario dalla Fed sotto forma di manovre ripetute di Quantitative easing.

Un articolo di analisi di Alhambra Investment Partners dell’azionario Usa mette in evidenza il livello cruciale che è stato testato dallo S&P 500, a quota 2.100, e dal Dow Jones, a 18.000 punti. E fa notare come si sta verificando la stessa cosa che ha caratterizzato il 2015, ovvero una sopravvalutazione eccessiva degli indici, soprattutto se si considera il trend degli utili delle aziende quotate in questi listini. Affermando, con tono polemico, che il QE della Fed è stata alla fine “a lie”, “una bugia”, in quanto tutto ciò che il consensus aveva previsto – o almeno sperato – che sarebbe accaduto grazie al sostegno delle misure straordinarie di quantitative easing non ha avuto mai luogo.

In particolare, nel giugno del 2014, gli analisti avevano stimato che l’utile per azione, in media, delle società scambiate sull’indice S&P sarebbe stato di $144 per azione. In corrispondenza del livello attuale dello S&P, che appunto oscilla attorno a 2.100, un valore di $144 avrebbe rappresentato un P/E di 14,5, che avrebbe reso l’azionario Usa a sconto, considerato il contesto di tassi di interesse mai così bassi, e le alte aspettative di crescita degli utili, soprattutto nei settori tecnologico e legati ai consumi.

Il problema è proprio questo: le aspettative sono state troppo elevate e troppo ottimiste: l’eps dello S&P 500 relativo al 2015 non è stato infatti alla fine di $144, e neanche si è avvicinato a tale target. L’utile per azione (eps) realizzato nei 12 mesi precedenti, dunque il ttm eps dell’indice del 2015 si sarebbe confermato a valore di $86,50. Il che significa che lo S&P, già verso la fine del 2015, era scambiato a un valore ben 24 volte il reale utile per azione.

Sulla base di questi presupposti, si comprende il nervosismo degli operatori di mercato, nello scoprire già entro la fine del 2015 che lo S&P 500 viaggiava a un valore sopravvalutato di ben il 40% rispetto agli utili conseguiti dalle aziende della Corporate America (assumendo che il multiplo di 15 sia il “fair value”).

Ora, lo stesso iter sembra ripetersi nel 2016.

Verso la fine del mese di marzo del 2015, gli analisti erano comunque sicuri che gli utili sarebbero cresciuti del 9% circa per l’intero anno, prevedendo un ritorno a una crescita “normale” entro il quarto trimestre dell’anno. E anche nel novembre del 2015, la speranza che ci sarebbe stata una svolta nella crescita degli utili, nel quarto trimestre del 2015 e poi nel primo trimestre del 2016, era rimasta fortemente radicata.

Outlook rivelatosi di nuovo troppo ottimista.

Se si prende in considerazione l’attuale utile per azione (eps) realizzato negli ultimi dodici mesi, ovvero il ttm eps per il 2016, si nota che il valore non è neanche pari a $110, quando le stime per il 2015 – si veda sopra – erano di $144.

E’ vero inoltre che in termini relativi, il ttm eps di $110 è più alto di $86, l’utile per azione effettivamente conseguito nell’intero 2015. Ma è altrettanto vero che lo scorso anno – vedi nella tabella marzo 2015 (March 2015, $123,70 2016 eps) – le attese erano di un eps a $123,70, per il 2016, in corrispondenza di un PE di 16,97, dunque diremo di 17.

Un rapporto PE sulla base delle stime del mese di marzo del 2015 avrebbe già collocato l’indice S&P in un’area sopravvalutata, pari a 17 volte gli utili. Ma la realtà si presenta peggiore, dal momento che l’eps del mese di marzo 2016 (vedi tabella), è pari a 18,73, dunque arrotondando di 19 volte, in un contesto tra l’altro in cui l’utile per azione è atteso in calo.

Si nota tra l’altro che nel corso di un mese appena (da marzo ad aprile), l’eps ttm del 2016 è già sceso di quasi 3 dollari (nella tabella l’eps di marzo 2016 è pari a $112,10, mentre nell’aprile del 2016, l’eps è di $109,30).

La tabella che segue mostra come l’indice S&P 500 (linea marrone) sia stato praticamente sempre sopravvalutato, almeno sulla base della ripresa dell’economia e degli utili che il consensus aveva previsto nel giugno del 2014: una ripresa che, come è scritta nel grafico, non è mai arrivata e che è sempre più in dubbio.

Una stessa previsione di Thomson Reuters Datastream a sottolineare come, dopo due mesi di solidi guadagni, lo S&P 500 sia scambiato a un valore pari a 17,8 volte gli utili attesi, al livello massimo dal 2004. In un contesto in cui, sempre secondo Thomson Reuters, si prevede che gli utili delle società scambiate sullo S&P 500 scenderanno in media -7,6%, a fronte di un calo del fatturato -1,3%.

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