Austerity, moltiplicatore crisi: come sarebbe andata senza euro

17 febbraio 2017, di Mariangela Tessa

Che l’austerity abbia tagliato le gambe alla crescita delle economie periferiche dell’eurozona non è una notizia nuova. Nel coro dei critici alle politiche di bilancio imposte da Bruxelles, si aggiungono tre economisti, Christopher HouseLinda Tesar dell’Università del Michigan e Christïan Proebsting dell’École Polytechnique Fédérale di Lausanne.

In una ricerca congiunta, ripresa dal Washington Post, i tre economisti hanno analizzato i risultati dei tagli alle spese nell’eurozona tra il 2010 e il 2014 in quella che è stata la peggiore delle crisi degli ultimi 80 anni. In generale – sottolineano gli economisti – la politica di Austerity ha causato non solo una riduzione del Pil ma anche ad un aumento del rapporto debito /Pil.

“Tagliare le spese – fanno notare gli economisti – non è un problema quando si è liberi di tagliare anche i tassi di interesse. Questo perché la riduzione dei costi di finanziamento è uno strumento in grado di stimolare l’economia anche in presenza di riduzione della spesa pubblica”.

Diverso è il discorso se i tassi di interesse sono a zero o, peggio ancora, se non si può svalutare la moneta.  Secondo gli economisti, tra il 2010 e il 2014 Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia e Spagna avrebbero subito una contrazione solo dell’1% contro il 18% effettivo se non avessero tagliato la spesa pubblica e solo del 7% se avessero mantenuto la loro divisa, avendo quindi il potere di svalutarla. Non solo.  Secondo i calcoli, anche il rapporto debito/Pil sarebbe salito di 8 punti percentuali invece del 16% effettivo. In breve, secondo gli economisti, l’austerity che avrebbe dovuto aiutare, si è rivelato un “moltiplicatore della crisi” già presente.

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