sabato 01 novembre 2014 - aggiornato: 09:50
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Contenzioso: Lite cessata, le spese si pagano

L’Ufficio può essere condannato al pagamento delle spese di giudizio anche quando è dichiarata cessata la materia del contendere.Infatti, spesso accade che il contenzioso tra il Fisco e il contribuente sia definito in via stragiudiziale, e che gli organi della giustizia tributaria dichiarino estinto il giudizio per “cessata materia del contendere”.
La fattispecie esaminata dalla Cassazione con sentenza n. 21380/2006, è espressamente prevista nell’art. 46 del decreto legislativo n. 546/92, il cui primo comma statuisce che “il giudizio si estingue, in tutto o in parte, nei casi di definizione delle pendenze tributarie previsti dalla legge e in ogni altro caso di cessazione della materia del contendere”.
Difatti il contribuente avrà sostenuto delle spese di lite fino all’estinzione del giudizio e la statuizione sull’addebito di queste riveste perciò autonoma rilevanza.
E’ infatti chiaro come l’eventuale abbandono del contenzioso da parte dell’amministrazione sia giustificato dall’implicito riconoscimento delle ragioni del contribuente. In un percorso ordinario, quindi ,cioè se il giudizio fosse proseguito, le spese sarebbero ragionevolmente state a carico della parte soccombente, ossia dell’Ufficio, in base al principio generale della responsabilità per le spese del giudizio e salvo il potere di compensazione delle stesse da parte dei giudici. Nel caso specifico di estinzione del giudizio per cessata materia, invece, l’articolo 46, comma 3 del dlgs. 546/92 stabilisce che “le spese del giudizio estinto a norma del comma 1 restano a carico della parte che le ha anticipate, salvo diverse disposizioni di legge”.
Tale disposizione, tuttavia è stata recentemente dichiarata parzialmente illegittima dalla Corte Costituzionale nella parte in cui si riferisce alle ipotesi di cessazione della materia del contendere diverse dai casi di definizione delle pendenze tributarie previste dalla legge (sentenza n. 274/2005).
In modo corretto, infatti, è stata riconosciuta la sua parziale illegittimità costituzionale in relazione al principio di ragionevolezza, riconducibile all’articolo 3 della Costituzione.
La compensazione ope legis delle spese di lite , nel caso di cessazione della materia del contendere, rendendo inoperante il principio di responsabilità delle spese del giudizio, si traduceva in un privilegio ingiustificato per la parte che poneva in essere un determinato comportamento di regola determinato dalla fondatezza delle altrui ragioni.
In tale contesto normativo, quindi, la Corte ha ritenuto legittima la condanna del Fisco alle spese del giudizio che si sia concluso per cessazione della materia del contendere.
Nel caso esaminato, l’Ufficio aveva ritirato l’atto di accertamento iniziale, già impugnato con successo dal contribuente in primo grado, sostituendolo con altro avviso contenente le indicazioni in precedenza omesse, anch’esso tempestivamente avversato dal contribuente.
La Commissione regionale dichiarava estinto il giudizio e condannava l’Ufficio al pagamento delle spese. I giudici di secondo grado, infatti avevano ritenuto inoperante la disposizione contenuta nell’articolo 46 del Dlgs. n. 546/92 perché la stessa avrebbe dovuto applicarsi ai soli casi in cui l’Ufficio abbia rinunciato all’azione in senso sostanziale e non anche, come nel caso di specie, quando l’atto impositivo è stato soltanto sostituito e, pertanto, la pendenza tributaria non è affatto estinta.
La Cassazione, adita dall’Amministrazione, ha ritenuto che la condanna alle spese sia divenuta legittima sulla scorta della declaratoria di incostituzionalità che ha colpito, parzialmente, il comma 3 dell’articolo 46 citato. I giudici di legittimità, inoltre, non hanno ritenuto di condividere l’ulteriore tesi del Fisco secondo cui la condanna alle spese — basata sul principio della soccombenza virtuale- non avrebbe senso nel caso specifico essendo stata rinnovata la pretesa erariale.


di Rosa Rutigliano

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