Anche l’Italia finanzia l’ISIS

2 dicembre 2015, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – Non solo turchi, americani e sauditi. Anche i governi dei paesi europei finanziano l’ISIS. Come? Acquistando il petrolio che il gruppo armato terrorista vende sul mercato del nostro continente. Il greggio che scorre nei barili che vengono importati illegalmente in Turchia, caricati su file e file di navi e camion quotidianamente, finisce anche nei serbatoi delle nostre auto. E rende all’organizzazione di jihadisti anche 50 milioni di dollari al giorno.

Il presidente russo Vladimir Putin ha denunciato per primo gli affari sporchi di sangue dell’Europa, osservando che il petrolio prodotto nei terreni conquistati dall’ISIS in Siria e Iraq viene contrabbandato tramite la Turchia per poi arrivare sul mercato internazionale compresa l’Europa e l’Italia.

“Abbiamo informazioni che il petrolio dai depositi controllati dallo Stato islamico entra nel territorio turco su scala industriale. Avviene giorno e notte grazie a camion cisterna, che percorrono il tragitto fino ai porti dove è caricato sulle petroliere”.

Il presidente turco Erdogan, che si è rifiutato di aumentare ulteriormente l’escalation dela crisi diplomatica scoppiata con la Russia dopo l’abbattimento di un caccia del Cremlino in Siria, ha ribattuto dicendo che si dimetterà se Putin trova veramente le prove. Il leader russo potrebbe fare qualche ricerca sugli affari di famiglia sospetti del leader del governo di Ankara.

I ricercatori dell’università Greenwich George Kiourktsoglou e Alec D. Coutroubis non hanno trovato “la pistola fumante”, ma numerose tracce sul traffico dell’oro nero insanguinato. Dalla fine della primavera del 2014 a metà di quest’anno, spiega Il Giornale, “i ricercatori hanno individuato tre picchi inusuali di flusso marittimo sulla rotta da Ceyhan all’ Europa, che corrisponde alle maggiori battaglie o conquiste dei pozzi da parte delle bandiere nere”.

“La prima impennata dei costi di noleggio e relativi carichi di petrolio da Ceyhan, attorno al 10 luglio 2014, coincide con la conquista dell’importante giacimento siriano di Al Omar da parte dello Stato islamico. Il secondo picco, nel novembre 2014, è concomitante con i duri combattimenti per il controllo degli impianti di gas di Jhar e Mahr. Ed il terzo, dalla fine di gennaio 2015 al 10 febbraio, è simultaneo alla campagna aerea americana vicino a Kirkuk, la cassaforte del petrolio nel nord dell’Iraq”.

“Crediamo che ci siano forti indizi relativi ad una catena illecita di approvvigionamento che imbarca il greggio dello Stato islamico da Ceyhan”, scrivono gli autori. Il Califfato è riuscito ad estrarre, nei momenti di maggiore produzione, fino a 50mila barili di petrolio al giorno, secondo le ricerche.

Il greggio venduto dai militanti jihadisti a buon mercato. Si parla di 20-35 dollari per ogni barile a seconda del valore del Brent e del WTI sui mercati finanziari. Un camion cisterna può contenere 30 mila litri di greggio. Il profitto di ogni viaggio varia tra i 3.000 e i 5.000 dollari. Secondo Mehmet Ali Ediboglu, parlamentare dell’opposizione ad Ankara, il giro d’affari “del contrabbando di petrolio del Califfato è di 800 milioni di dollari l’anno, ma nel 2014 potrebbe aver raggiunto il miliardo solo sul mercato nero turco”.

Numeri alla mano, è giunta l’ora di rompere il muro del silenzio eretto dalle potenze occidentali complici del caos creatosi in Siria e Iraq. Sono in fondo proprio Regno Unito e Francia ad aver delineato i confini in Medioriente dopo le Guerre Mondiali e sono stati poi gli Stati Uniti con i loro interventi militari a modificare i delicati equilibri nel territorio mediorientale ricco di risorse petrolifere.

Qualcuno di voi si è mai chiesto come mai e chi nei mesi successivi alla caduta del regno baatista sciita in Iraq ha lasciato tutti i soldi di Saddam Hussein incustoditi nelle banche che sono state saccheggiate dai ribelli anti governativi tra cui futuri elementi dell’ISIS. Un’organizzazione la cui idea è nata nelle carceri statunitensi in Iraq?

Perfino un ex capo dell’intelligence americana, il generale ora in pensione Mhcael Flynn, ha confidato in un’intervista alla CNN che l’aver cacciato e ucciso Gheddafi e Saddam in Libia e Iraq, nonostante i crimini perpetrati contro la popolazione da entrambi i dittatori, sia stata una mossa strategicamente clamorosamente sbagliata e controproducente, perché ha favorito la nascita di nuovi gruppi di terroristi.

 

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