Anche la Banca di Francia ora attesta eccessi austerità

19 settembre 2017, di Alberto Battaglia

In un momento in cui Emmanuel Macron propugna una decisa riforma dell’Eurozona per lasciarsi alle spalle la sbornia di austerità, il Council of Foreign Relations (Cfr), forse il maggiore think-tank politico degli Stati Uniti, ha rilanciato una lucida sintesi della stagione del rigore. A produrre l’analisi, non a caso, la banca centrale francese, la quale ha fatto notare piuttosto esplicitamente che il consolidamento fiscale (ossia l’aumento delle tasse unito alla riduzione della spesa pubblica) promosso fra 2011 e 2013 è stato molto più del necessario.

Secondo i tecnici della Banque de France “il consolidamento osservato fra 2011 e 2013, basato sulla variazione dei bilanci primario governativi, è stimato dalla Commissione Ue al 2,9% del Pil potenziale”; in particolare nel 2012 “il consolidamento fiscale ha probabilmente innescato un arretramento della domanda in un momento in cui l’output gap era a un significativo 2,2%”. In altre parole, l’Europa nel suo complesso ha tirato il freno della spesa e ridotto il reddito disponibile tassando i cittadini in un momento in cui l’economia cresceva il 2,2% in meno rispetto al potenziale di quell’anno.

Secondo il Cfr la somma delle politiche fiscali ha prodotto “troppo restringimento fiscale per l’Eurozona nel complesso, molto più di quanto la Bce possa controbilanciare”. Ancora una volta, il principale responsabile di questo eccesso di austerità è soprattutto la Germania, ma a dirlo, ed è questo il punto rilevante, è la stessa Banca di Francia. In uno scenario alternativo elaborato dall’istituto centrale transalpino si è immaginato che, a fronte dell’avvenuto aggiustamento fiscale strutturale dello 0,8% in Francia, Spagna e Italia, la Germania avesse fatto il contrario: ovvero che espandesse il suo bilancio pubblico dello 0,5%, mentre gli altri Paesi Ue tiravano la cinghia.

Secondo i calcoli della Banque de France ciò avrebbe prodotto un consolidamento fiscale complessivo dello 0,4% del Pil anziché dell’1,5%; il che avrebbe garantito esiti molto meno penalizzanti sulla crescita Europea e globale. Secondo Brad W. Setser, autore del post del Cfr, tali stime sono da ritenere peraltro molto prudenti.

Il think-tank americano, facendo un passo ulteriore rispetto alla ricerca della Banque de France ha scomposto i contributi delle esportazioni nette (esportazioni al netto delle importazioni, Ndr.) sul Pil dei singoli Paesi dell’Eurozona.

Questa la conclusione dell’autore:

“Per la maggior parte del resto della zona euro, il contributo delle esportazioni nette è venuto da un calo delle importazioni. Ma per la Germania si è registrato un aumento delle esportazioni, in quanto la Germania ha compensato la caduta della domanda interna della zona esportando più nel mondo.

In poche parole, un consolidamento non necessario in Germania e un consolidamento eccessivo nell’area dell’euro non solo ha spinto l’Eurozona in una recessione più profonda, ma ha anche rallentato l’economia globale”. Per accompagnare il suo piano di rifondazione dell’area euro, Macron potrà presentare queste conclusioni al Cancelliere tedesco Merkel.

 

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