AMERICA: CREDIT CRUNCH NON COSÌ DRAMMATICO

9 dicembre 2007, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – «I ristoranti sono pieni come
al solito. E gli imprenditori
si lagnano piuttosto di non trovare
abbastanza lavoratori qualificati
che della crisi immobiliare».
Ascoltare Kenneth Arrow, premio
Nobel dell’economia per il
1972, equivale a una fresca ventata
di ottimismo. Perché Arrow insegna
a Stanford, nel cuore della
Silicon Valley, una delle zone più
duramente segnate dalla frenata
dell’edilizia. In effetti, tutta la California
è il teatro di una brusca
gelata dell’attività residenziale.
Stando ai dati ufficiali, il numero
di compravendite è crollato in un
anno del 48% a Los Angeles e del
32 a San Diego. «Eppure – dice Arrow
– non vi è traccia del temuto
effetto contagio sui consumi e sulle
altre attività produttive».

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«La mia impressione – aggiunge
– è che siccome tutti
hanno prefigurato le turbolenze
dell’edilizia e del credito,
gli effetti saranno meno
drammatici di quanto si possa
immaginare».

Forse si è diffuso troppo
pessimismo fra gli economisti?

Forse sì, anche perché bisogna
sottolineare la celerità
con cui le banche stanno svalutando
gli attivi di bilancio.
Una bella differenza rispetto
al Giappone degli anni ’90,
quando montagne di crediti
inesigibili venivano lasciati
a incancrenirsi nella pancia
degli istituti finanziari. Mi
pare che l’America stia reagendo
in modo rapido e appropriato.
Una volta fatte le
pulizie, l’economia potrà tornare
a una nuova prospettiva
di vita.

Dunque, niente recessione
in vista?

Questo non lo so. Come diceva
Niels Bohr, fare previsioni
è difficile, soprattuto riguardo
al futuro. Però, credo
che anche se avremo una recessione,
sarà piuttosto moderata.
Non dimentichiamo
come nel 2001 vivemmo solo
qualche trimestre di tentennamento,
nonostante il Nasdaq
fosse sprofondato del
70 per cento.

Si avvicinano le presidenziali
del 2008. Quale saranno
le sfide più importante
che dovrà affrontare la
nuova amministrazione?

A mio modo di vedere, i
prossimi quattro anni saranno
caratterizzati da un aumento
della pressione fiscale.
Naturalmente nessun candidato
lo confesserà mai.
Tuttavia emergono nella società
americana delle istanze
nuove.

Per esempio?
Quella di una copertura sanitaria
generalizzata. Gli Stati
Uniti sono la massima potenza
economica mondiale,
ma una larga fetta della sua
popolazione non ha una copertura.

Ci sono altre sfide per la
nuova amministrazione della
Casa Bianca?

Un secondo aspetto riguarderà
forse le rivendicazioni salariali.
La polarizzazione dei
redditi in favore delle fasce
più abbienti ha relegato in un
angolo la borghesia. Il lavoratore
medio se la passa grosso
modo come quindici anni fa.
È quindi probabile che inizi a
chiedere una fetta della torta.

Nel complesso, come giudica
questo periodo del capitalismo?

Molto positivamente. Sono
gli anni di maggiore prosperità
nella storia moderna.

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