Allarme Fmi: “Brexit turbolenta rischia di abbattere Pil Uk e Eurozona”

13 novembre 2017, di Mariangela Tessa

Dopo che decine e decine di banche con operazioni importanti a Londra hanno espresso i loro crescenti timori sul rischio di una Brexit disordinata, arriva l’allarme del Fondo monetario Internazionale sull’addio all’Unione Europea del Regno Unito. Secondo il Regional Economic Outlook sull’Europa, pubblicato oggi dall’istituto di Washington, ” una Brexit ‘turbolenta’ si tradurrebbe probabilmente in un calo della crescita del Regno Unito e dell’Eurozona in misura notevole”.

Parlando della Gran Bretagna, l’Fmi ha anche scritto che

l’aumento dei tassi di interesse (da parte della Bank of England) è giustificato dall’inflazione più alta e che, allo stato attuale delle cose, la ripresa economica appare comunque nell’area sempre più duratura, in fase di rafforzamento ed espansione”.

Detto questo, per l’istituto di Washington:

“le banche centrali dovrebbero essere pronte a rimuovere gradualmente gli stimoli dove i salari hanno accelerato il passo”.

Un discorso che vale anche per la Bce soprattutto in un contesto di crescita più solida e durevole.

Capitolo a parte per l’Italia. Il nostro Paese, tra quelli ad elevato debito, ma la cui ripresa lascia margini di manovra per  “consolidare gradualmente” le Finanze pubbliche in modo da ricreare spazi di manovra e mettere l’indebitamento su una traiettoria discendente.

Lo studio include le previsioni di crescita contenute nel World Economic Outlook. Il Fmi pronostica una crescita del Pil pari a +1,5% quest’anno, in calo del +1,1% nel 2018 fino al + 0,9%nel 2019. In calo il trend del deficit che si ridurrà al 2,2% del Pil nel 2017, all’1,3% nel 2018 e allo 0,3% nel 2019.

Il debito invece toccherà un picco del 133% quest’anno per poi calare al 131,4% nel 2018 e al 128,8% nel 2019. Migliora la disoccupazione attesa in limatura all’11,4%quest’anno, all’11% il prossimo e al 10,6% nel 2019.

La situazione della Penisola sui conti è associata a quelle di Belgio, Francia, Portogallo, Spagna e Regno Unito. “Con la crescita che accelera, questi Paesi dovrebbero consolidare gradualmente per ricostituire margini di manovre e mettere i debiti su percorsi di risuona”, si legge.

 

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